sabato 14 marzo 2015
Un sogghigno
Dal sacco
Per terra si son sparse le cose.
E io penso che il mondo
E' solo un sogghigno
Che brucia appena
Sulle labbra dell'impiccato.
domenica 1 marzo 2015
1 marzo 2012
Io non sono una che celebra ricorrenze, anniversari e soprattutto decessi, però ho la tendenza un po' ossessiva a ricordarmi perfettamente dove ero, che facevo, che giorno della settimana era quando succede qualcosa, anche non di importantissimo.
Quando è morto Lucio Dalla ero a Juba, ridente capitale del più giovane stato al mondo (finché non si sgretolerà ciò che resta della Russia o il Caucaso o altri stati in guerra più o meno civile); come ogni mattina avevo acceso il computer e fatto una rapida rassegna stampa passando dal Sudan Tribune, a Al Jazeera, BBC, Le Monde fino ad arrivare alla Repubblica Bologna per sentire un po' aria di casa.
A Lucio Dalla era venuto quel che si dice un colpo secco in un Hotel mentre era in tourné: "che peccato" pensai.
Mi volto alla mia sx e c'è la logista francese che vive sul Lago Vittoria perché sposata a un Keniano, in fondo alla stanza c'è Abou, il finance manager senegalese, poi girando in senso orario un po' di logisti amerriggani, una coreana-americana che vive a Oxford, un neozelandese............
Vabbé dai ci provo, vediamo se sono solidali "Ehi è morto un famoso cantante italiano, era di Bologna, insomma uno di casa, quelli che sai a memoria perché te lo sei sciroppato tutta la vita anche se non hai mai comprato nulla della sua produzione.
"Pavarotti?" "Quello è morto da un pezzo, ma in effetti non abitava lontano."
"Ramazzotti?" "Ok, nevermind"
"Certo che è un brutto periodo per l'Italia, prima il naufragio di quella nave poi questo lutto" dice qualcuno cercando di darmi conforto.
"Vabbé è la vita" dico io e torno a organizzare una missione explo attraversando illegalmente una frontiera, l'afflusso di rifugiati al campo profughi, la proposta di campagna di vaccinazione contro il morbillo e altre amenità.
Bologna, sai mi sei mancata un casino.
Quando è morto Lucio Dalla ero a Juba, ridente capitale del più giovane stato al mondo (finché non si sgretolerà ciò che resta della Russia o il Caucaso o altri stati in guerra più o meno civile); come ogni mattina avevo acceso il computer e fatto una rapida rassegna stampa passando dal Sudan Tribune, a Al Jazeera, BBC, Le Monde fino ad arrivare alla Repubblica Bologna per sentire un po' aria di casa.
A Lucio Dalla era venuto quel che si dice un colpo secco in un Hotel mentre era in tourné: "che peccato" pensai.
Mi volto alla mia sx e c'è la logista francese che vive sul Lago Vittoria perché sposata a un Keniano, in fondo alla stanza c'è Abou, il finance manager senegalese, poi girando in senso orario un po' di logisti amerriggani, una coreana-americana che vive a Oxford, un neozelandese............
Vabbé dai ci provo, vediamo se sono solidali "Ehi è morto un famoso cantante italiano, era di Bologna, insomma uno di casa, quelli che sai a memoria perché te lo sei sciroppato tutta la vita anche se non hai mai comprato nulla della sua produzione.
"Pavarotti?" "Quello è morto da un pezzo, ma in effetti non abitava lontano."
"Ramazzotti?" "Ok, nevermind"
"Certo che è un brutto periodo per l'Italia, prima il naufragio di quella nave poi questo lutto" dice qualcuno cercando di darmi conforto.
"Vabbé è la vita" dico io e torno a organizzare una missione explo attraversando illegalmente una frontiera, l'afflusso di rifugiati al campo profughi, la proposta di campagna di vaccinazione contro il morbillo e altre amenità.
Bologna, sai mi sei mancata un casino.
giovedì 26 febbraio 2015
Parla del '900
Il '900 è stato mia nonna, anzi mia
nonna bisa come si dice a Bologna cioè la mamma della mamma di mia
mamma.
Mia nonna è nata nel 1897 e morta a
fine 2000: è sopravvissuta alle due grandi guerre e alla famosa
epidemia di influenza “spagnola” del '18 che le lasciò giusto
una lieve alopecia di cui lei non si curò mai usando sempre
pettinini che sembravano stare su con lo sputo, visto che di capelli
praticamente non ne aveva più.
La nonna Lavinia in realtà si chiamava
Enrichetta; pare che Enrico e Lavinia fossero una coppia di
conoscenti davvero sfigata, perciò in loro onore le venne dato un
nome all'anagrafe e l'altro usato tutti i giorni, un po' come
chiamarsi Romea ufficialmente e Giulietta per gli amici.
Da piccola viveva a Cadriano dove il
padre faceva il mezzadro, alla domenica lo accompagnava sul carro a
portare il latte in città alle famiglie ricche di via Castiglione;
da ragazza poi batteva la canapa nei maceri con l'acqua fino alle
ginocchia ma forse le fece bene perché non si lamentò mai di nessun
dolore articolare.
Sposatasi si trasferì alla Bolognina
che ai quei tempi era ancora tutta campagna, andava a messa la
domenica e quando era ora di mettersi i vestiti estivi lo diceva il
prete dal pulpito.
Non credo sia mai neanche stata a Roma,
al massimo a Cereglio dove passò tutte le sue vacanze estive andando
a funghi per i bricchi, al ritorno stipava la macchina di chi
l'andava a recuperare di bottiglie d'acqua riempite alla famosa
sorgente omonima e di tonnellate di zuccherotti montanari che, nei
primi anni '70, sfamarono mio padre appena ventenne e i suoi amici in
tutti i loro viaggi, visto che ne mangi uno e sei sazio per giorni.
Mia nonna quando l'ho conosciuta io
aveva la pelle come carta vetrata, quello che le succedeva intorno
non intaccava mai il suo aplomb e la sua ironia, però una ruga si
aggiungeva sulla faccia, una macchia sulle mani o la schiena si
incurvava di un altro po': è morta ad angolo retto.
La sua filosofia di vita è sempre
stata “piutòst che gnint l'é méi piutòst” e con questa ha
attraversato imperterrita le guerre, le crisi economiche e politiche,
l'arrivo del riscaldamento in casa, del telefono e della lavatrice
che nel '58 spodestò la bugaderi, ovvero lo stanzino in cortile dove
si lavavano le lenzuola con la cenere in grossi tini.
Guardava sempre la televisione con aria
diffidente e i programmi li commentava al massimo con un “ban mo da
bon” o un “soccmel”.
Mia nonna è sempre stata socialista e
fino ai cent'anni è voluta andare a votare, peccato che ogni anno in
Italia si cambino nomi e simboli dei partiti, per un po' deve aver
comunque trovato il garofano poi chissà che ha votato; si narra che
una volta sia stata venti minuti in una cabina elettorale facendo
credere a tutti di essere morta sulla scheda ma in realtà stava
scrivendo a mano “partito socialista”.
Capiva l'italiano ma parlava
rigorosamente dialetto e soprattutto rispondeva spesso con
“aforismi” o “proverbi” di grande saggezza:
“Sai mamma che si è sposata la
figlia della Gina?”
“A n'é un badilaz c'an eva al so
mandgaz” (“ogni badile ha il suo manico”)
“Lavinia sai che la Maria è rimasta
vedova?”
“Tòt i marì ién bòn, i arpezzan
la laur piel con la tò” (Tutti i mariti sono buoni, rappezzano la
loro pelle con la tua)
E quando mio nonno tuonava “Ines in
tavola manca il sale” lei a bassa voce diceva:
“Pigrizia vut dal brod?” “Sì”
“Vat la tour” “A in voi piò”
(Pigrizia vuoi del brodo? Sì. Vattelo
a prendere. Non lo voglio più)
Una rivoluzione degli anni '80 che non
le è mai andata giù però è stato l'avvento della dieta
mediterranea e in particolare dell'uso dell'olio al posto del burro,
questo sì che chiaramente l'indignava; “sai che l'Amedea condisce
la pasta con l'olio?” diceva di sua nuora con tono schifato, chissà
come commenterebbe oggi la dieta vegana.
A questo proposito, per i suoi 80 anni
si era fatta regalare una batteria di tegami, di quelli belli
antiaderenti con le linee aerodinamiche; qualcuno osò commentare che
era un po' uno spreco e che non li avrebbe usati molto e lei si
divertì poi a leggerne i necrologi sul Carlino, come si è sempre
divertita ad affermare di aver seppellito non so quanti dei suoi
medici di base.
Già ultranovantenne cadde da una sedia
e si ruppe un braccio, mia mamma la portò al Pronto Soccorso del
Maggiore, appena rinnovato: mentre mia nonna si guardava intorno
nell'attesa dicendo “mo che bel sit”, il fiore all'occhiello
della sanità emiliana andava in tilt perché l'avveniristico sistema
computerizzato non concepiva 1897 come anno di nascita.
Alla fine degli anni '90, una delle
ultime volte che mia mamma l'accompagnò in Certosa, dove in fondo
mancava solo lei, uscendo la guardò e le disse: “E anc stavolta a
san vgnù fòra”.
(Scuola elementare di letteratura russa - 2° compito)
venerdì 20 febbraio 2015
Descrivi la letteratura russa in cinque righe:
"Per me, con tutti quei nomi, cognomi,
patronimici, diminutivi, nomignoli e vezzeggiativi, la letteratura
russa è non capire mai come si chiamano i protagonisti dei romanzi."
(Scuola elementare di letteratura russa - Bologna 19 febbraio 2015 - 1° compito)
mercoledì 18 febbraio 2015
Destino - Sanità
Mi trovai nella necessità di dover togliere l'appendice. Riempii i moduli opportuni e m'iscrissero in una lista d'attesa.
Passarono due anni come un lampo, venne il mio turno e mi ritrovai all'ospedale.
L'operazione riuscì brillantemente. Il primario in persona si congratulò con me per i risultati. "E' stato un bell'intervento, signora," disse.
Gli feci notare che sono di sesso maschile. Lui consultò qualcosa nei suoi documenti.
"Lo era prima dell' operazione. Per errore lei è capitato nel reparto sperimentale, e adesso è una donna. Il cambiamento di sesso è un ramo pioniere della chirurgia, ma noi abbiamo risultati eccellenti, di cui, cara signora...caro signore...? è una prova."
"E che fine ha fatto la mia appendice?"
"Non vuole tenerla buona donna?"
"No. E non vorrei neppure rimanere donna, la pregodi correggere subito questo equivoco."
"Lei è un paziente difficile, mio caro signore, mia cara signora...? Che cosa vuole per prima, cara signora, la mascolinità o l'appendice?"
"Quello che si fa più in fretta."
"Riempia i moduli in duplice copia, prego."
Il tempo passò rapidamente, e l'operazione successiva riuscì bene come la precedente. Il nuovo rene funzionava a meraviglia, solo che adesso ne avevo tre, due miei e uno trapiantato. A causa di un errore nella programmazione del computer mi avevano portato nella sala operatoria sbagliata. Ero appena tornato in me che già per problemi di reni riempivo moduli che si aggiungevano agli altri.
Non ero già più una ragazza quando ebbi la notizia che all'ospedale c'era un posto libero e che toccava a me essere operata ai reni. Si trattava solo di togliere un rene, ma mi ritrovai nel reparto maternità come neonata. L'amministrazione centrale della sanità era incorsa in un errore, ma i genitori non protestarono. Ero già una bambina adulta e potevano risparmiare le spese per l'istruzione, quindi preferirono riconoscermi come figlia loro. Per quanto mi riguarda, ne avevo abbastanza di riempire moduli, e mi rassegnai al mio destino.
I rapporti tra me e i miei genitori sono molto buoni. L'unica preoccupazione per loro è la mia appendice, che continua a darmi problemi. Vogliono mandarmi in ospedale per farmi togliere l'appendice. E' una fortuna, perché ho il sospetto che malgrado tutto preferiscano avere un maschio che non una femmina.
Slawomir Mrozek "La vita per principianti - un ABC senza tempo" ed. Bompiani
Passarono due anni come un lampo, venne il mio turno e mi ritrovai all'ospedale.
L'operazione riuscì brillantemente. Il primario in persona si congratulò con me per i risultati. "E' stato un bell'intervento, signora," disse.
Gli feci notare che sono di sesso maschile. Lui consultò qualcosa nei suoi documenti.
"Lo era prima dell' operazione. Per errore lei è capitato nel reparto sperimentale, e adesso è una donna. Il cambiamento di sesso è un ramo pioniere della chirurgia, ma noi abbiamo risultati eccellenti, di cui, cara signora...caro signore...? è una prova."
"E che fine ha fatto la mia appendice?"
"Non vuole tenerla buona donna?"
"No. E non vorrei neppure rimanere donna, la pregodi correggere subito questo equivoco."
"Lei è un paziente difficile, mio caro signore, mia cara signora...? Che cosa vuole per prima, cara signora, la mascolinità o l'appendice?"
"Quello che si fa più in fretta."
"Riempia i moduli in duplice copia, prego."
Il tempo passò rapidamente, e l'operazione successiva riuscì bene come la precedente. Il nuovo rene funzionava a meraviglia, solo che adesso ne avevo tre, due miei e uno trapiantato. A causa di un errore nella programmazione del computer mi avevano portato nella sala operatoria sbagliata. Ero appena tornato in me che già per problemi di reni riempivo moduli che si aggiungevano agli altri.
Non ero già più una ragazza quando ebbi la notizia che all'ospedale c'era un posto libero e che toccava a me essere operata ai reni. Si trattava solo di togliere un rene, ma mi ritrovai nel reparto maternità come neonata. L'amministrazione centrale della sanità era incorsa in un errore, ma i genitori non protestarono. Ero già una bambina adulta e potevano risparmiare le spese per l'istruzione, quindi preferirono riconoscermi come figlia loro. Per quanto mi riguarda, ne avevo abbastanza di riempire moduli, e mi rassegnai al mio destino.
I rapporti tra me e i miei genitori sono molto buoni. L'unica preoccupazione per loro è la mia appendice, che continua a darmi problemi. Vogliono mandarmi in ospedale per farmi togliere l'appendice. E' una fortuna, perché ho il sospetto che malgrado tutto preferiscano avere un maschio che non una femmina.
Slawomir Mrozek "La vita per principianti - un ABC senza tempo" ed. Bompiani
martedì 17 febbraio 2015
Sono fra noi
Oggi un'infermiera mi passa una cartella e con tono sconsolato inizia:
"Vabbé, chissà che succederà di noi, qui presi fra due fuochi"
E io: "eh lo so che ci uniscono all'altra oncologia ma magari riusciremo ad organizzarci meglio, non sarei così pessimista."
"Ma che hai capito? Io parlo dell'ISIS e dell'Ucraina, noi siamo proprio in mezzo!"
E così ho immaginato il team del day hospital in mezzo al corridoio con: da un lato le nostre pazienti badanti ucraine che ci minacciano tenendo in mano pericolosissimi cioccolatini ripieni di liquore dolciastro e dall'altro le signore somale della manutencoop che ci puntano gli spruzzini pieni di disinfettante.....
"Vabbé, chissà che succederà di noi, qui presi fra due fuochi"
E io: "eh lo so che ci uniscono all'altra oncologia ma magari riusciremo ad organizzarci meglio, non sarei così pessimista."
"Ma che hai capito? Io parlo dell'ISIS e dell'Ucraina, noi siamo proprio in mezzo!"
E così ho immaginato il team del day hospital in mezzo al corridoio con: da un lato le nostre pazienti badanti ucraine che ci minacciano tenendo in mano pericolosissimi cioccolatini ripieni di liquore dolciastro e dall'altro le signore somale della manutencoop che ci puntano gli spruzzini pieni di disinfettante.....
venerdì 9 gennaio 2015
Foreign fighters
Luglio 2012, un luogo imprecisato in Siria in un ospedale di una ONG imprecisata: arrivano dei feriti.
Uno è biondo, occhio azzurro, barba lunga, l'interprete scrive nel registro "provenienza: Germania" e il medico gli dice "ma no, non da dove viene di origine, dove è stato ferito!"
Il medico in questione, siriano doc, aveva studiato medicina in Germania, non gli pareva quindi vero di poter rispolverare un po' di tedesco e così inizia, tutto contento, a parlare al ferito.
"Da dove viene? Io ho studiato a Colonia" (in tedesco con accento arabo)
"Mi chiamo Hamza e non parlo tedesco" ( in arabo con palese accento tedesco),
"Ma come? Ma se si vede lontano un miglio che sei tedesco!" (in tedesco con accento arabo e tono incredulo)
"Mi chiamo Hamza e non parlo tedesco" (In tedesco con accento arabo e tono scazzato)
Il medico perplesso passa al secondo ferito con occhi a mandorla ma non c'è verso di capirso né in arabo, né in tedesco, né in inglese, né in francese, né in italiano, non lo capiscono neanche i suoi commilitoni.
Arriva il logista libico che ha studiato cinese perché prima di fare l'umanitario lavorava in una multinazionale............."E' cinese, dello Xinjang, sta bene"
C'era pure un arabo israeliano, che sì ha detto proprio così "sono arabo israeliano" che era il più simpatico di tutti; l'infermiera australiana gli stava medicando una brutta ferita a un piede:
"Do you feel any pain?" dice lei
"No" risponde lui
"No pain, no brain" ribatte lei.
Alcuni secondi di gelo, in cui la responsabile italiana fa l'elelenco di tutte le parolacce che conosce e si vede già presa in ostaggio e pensa che i suoi le toglieranno la casa in centro, e l'arabo israeliano si fa una grassa risata.
La responsabile termina la sua apnea, torna in ufficio, prende il satellitare, chiama Parigi e dice: "sono proprio come noi, pieni di expats"
(ogni riferimento a fatti o persone è ovviamente inventato) ;-)
Uno è biondo, occhio azzurro, barba lunga, l'interprete scrive nel registro "provenienza: Germania" e il medico gli dice "ma no, non da dove viene di origine, dove è stato ferito!"
Il medico in questione, siriano doc, aveva studiato medicina in Germania, non gli pareva quindi vero di poter rispolverare un po' di tedesco e così inizia, tutto contento, a parlare al ferito.
"Da dove viene? Io ho studiato a Colonia" (in tedesco con accento arabo)
"Mi chiamo Hamza e non parlo tedesco" ( in arabo con palese accento tedesco),
"Ma come? Ma se si vede lontano un miglio che sei tedesco!" (in tedesco con accento arabo e tono incredulo)
"Mi chiamo Hamza e non parlo tedesco" (In tedesco con accento arabo e tono scazzato)
Il medico perplesso passa al secondo ferito con occhi a mandorla ma non c'è verso di capirso né in arabo, né in tedesco, né in inglese, né in francese, né in italiano, non lo capiscono neanche i suoi commilitoni.
Arriva il logista libico che ha studiato cinese perché prima di fare l'umanitario lavorava in una multinazionale............."E' cinese, dello Xinjang, sta bene"
C'era pure un arabo israeliano, che sì ha detto proprio così "sono arabo israeliano" che era il più simpatico di tutti; l'infermiera australiana gli stava medicando una brutta ferita a un piede:
"Do you feel any pain?" dice lei
"No" risponde lui
"No pain, no brain" ribatte lei.
Alcuni secondi di gelo, in cui la responsabile italiana fa l'elelenco di tutte le parolacce che conosce e si vede già presa in ostaggio e pensa che i suoi le toglieranno la casa in centro, e l'arabo israeliano si fa una grassa risata.
La responsabile termina la sua apnea, torna in ufficio, prende il satellitare, chiama Parigi e dice: "sono proprio come noi, pieni di expats"
(ogni riferimento a fatti o persone è ovviamente inventato) ;-)
