martedì 27 aprile 2010

Ophelia


Nel catalogo della mostra Unusual.

Unusual



Matteo Farolfi e Massimo Festi
UNUSUAL
A cura di Massimo Marchetti

Inaugurazione:
Venerdì 30 Aprile 2010 ore 18:00
Performance Sonora - The Hearing live set: Alfeo Pier aka Dubit
Catalogo disponibile in Galleria
Ingresso gratuito

Dal 30 Aprile al 16 Maggio 2010

Galleria del Carbone
Via del Carbone 18/a
44121 Ferrara
Info: acca.blu@libero.it
http://www.matteofarolfi.it
http://www.massimofesti.com

La mostra Unusual inaugurerà il 30 Aprile 2010 alle ore 18 alla Galleria del Carbone di Paolo Volta. Durante l’inaugurazione si terrà una performance visiva legata al suono che coinvolgerà oltre che gli artisti protagonisti della mostra: Matteo Farolfi e Massimo Festi, un terzo personaggio mascherato: il dj producer Alfeo Pier aka Dubit, che comporrà dal vivo un brano di musica elettronica che mimerà l’entità dei lavori presenti. Sarà presentato inoltre l’originale taccuino-catalogo, realizzato dai due artisti (con un testo di Roberta Bergamaschi).

Dal testo critico di Massimo Marchetti:
…L’identità non si limita più a essere rappresentata attraverso la lavorazione dell’immagine: l’identità è quella lavorazione, simulazioni cangianti con cui ci si presenta ogni volta in modo differente, basti pensare al camaleontismo di un Matthew Barney…Da un lato le trasparenze di Matteo Farolfi, volti ibridi tra l’inorganico e il naturale che sono pellicole pronte ad essere applicate sulla viva pelle. Interessato ad amalgamare suggestioni formali, scenografie e oggetti provenienti da culture differenti, Farolfi allude a nuovi tipi di catalogazione, quasi si trattasse di impostare un bestiario…Dall’altro lato, l’installazione di Massimo Festi svela un senso di smarrimento profondo e di solitudine. I segni di un interno domestico ambiguo, quasi una dark room, con i ritratti impaginati come specchi, la carta da parati, le luci basse, rimandano a una dimensione di decadenza ostentata in cui sono incorniciati i sintomi di un’incontrollabile patologia… Sono volti e maschere dai confini incerti, attori e spettatori di un teatro forse inusuale ma certo non impossibile

giovedì 22 aprile 2010

Consigli per la Lettura


"Il canapé rosso" di Michèle Lesbre

Da un rosso divano parigino al lago Bajkal, con gli occhi ad un paesaggio fatto di betulle e isbe, e ad un passato che si presenta puntuale e si mescola ad un presente fino a confonderne le immagini.
Alla ricerca di un uomo che ha amato e che è partito per la Siberia seguendo un’utopia e un ideale, Anne lascia il suo appartamento di Parigi e una vita ormai comoda e dai contorni netti per affrontare un lungo viaggio sulla Transiberiana attraverso una Russia che porta ancora le tracce dell’esperienza post-stalinista. Il canapè rosso che dà il titolo al romanzo di Michéle Lesbre, piccolo capolavoro letterario, è quello di Clémence, un’anziana modista che abita nello stesso palazzo di Anne e con cui la donna ha stretto un’intensa amicizia fatta di ore trascorse tra letture, letteratura e ricordi.
L’appuntamento settimanale con l’amica diventa ben presto uno spazio sospeso nel tempo, che consente ad Anne e Clémence di ripercorrere le vite di donne del passato, donne indipendenti che hanno attraversato la storia con incredibile coraggio. Ma anche di lasciar riemergere le loro vite, e il loro passato, segnato - per entrambe - dall’amore di un uomo in un periodo della vita, la gioventù, in cui il confine tra il possibile e l’impossibile sembra svanire, in cui l’ideale e l’utopia sembrano poter essere realizzabili e a portata di mano. Scorrono così, in parallelo, due esistenze. Dal canapè rosso dell’appartamento parigino viaggiamo tra i ricordi di Clémence che ci riportano alla Parigi della Resistenza, e ad un amore giovanile ucciso dai nazisti. E dal lungo Senna della Seconda guerra mondiale, ci spostiamo a quello del presente, che fa da sfondo alla partenza di Anne per il Lago Bajkal. Dai finestrini della Transiberiana, Anne osserva boschi, steppe e terre abbandonate, accompagnata dell’odore di tè e minestre di cavoli e dalla presenza silenziosa e costante dei viaggiatori russi. Parallelamente e con sguardo altrettanto profondo, la donna ripercorre il proprio passato, gli anni delle lotte politiche e delle militanza accanto a Gyl, l’uomo che ha abbandonato la Francia spinto dal sogno di poter dare concretezza ad un’utopia, l’uomo di cui lei non ha più notizie da anni e di cui ora è alla ricerca. Trovando di lui, inevitabilmente, tracce che raccontano di un’altra vita, con un’altra donna, nel paese mitizzato.
Diversamente da Clemence però, rimasta per tutta la vita legata al ricordo del compagno, ancorata ad un passato trasformato in presente immobile, Anne riesce finalmente a trovare una risposta, a osservare ciò che è stato con maggiore consapevolezza, a guardare lontano verso una nuova partenza. Il romanzo di Michèle Lesbre non è soltanto un racconto intenso e malinconico, scritto con morbidezza e densa semplicità. E’, soprattutto, un viaggio interiore che la scrittrice - con la sua prosa – riesce a far fare al lettore. E il viaggio, come sostiene l’autrice francese, citando una massima tibetana, è “un ritorno all’essenziale”. L’unico modo per poter essere contemporaneamente lontani e così vicini a se stessi da potersi osservare senza filtri, né giustificazioni o scuse. L’unico modo per poter prendere finalmente distanza dalla propria vita.

lunedì 12 aprile 2010

Invidia....

L'abbiam pensato tutti...lui è l'unico che lo ha detto....

 




Condividi le tue emozioni e proteggi la tua privacy. Chiacchiera su Messenger

mercoledì 7 aprile 2010

Facciamoci riconoscere

Quando si prenota un biglietto aereo con una compagnia low-cost, la suddetta compagnia informa il cliente che il bagaglio da imbarcare è a pagamento e che si ha diritto ad un solo bagaglio a mano, che non deve superare determinati limiti di peso e dimensioni. Ovviamente un escamotage - da parte della compagnia - per ri-guadagnare ciò che è stato scontato dal prezzo del biglietto, ma chiunque abbia un minimo di buon senso fa la sua scelta: se vuole viaggiare comodo, paga l'imbarco della valigia, altrimenti si organizza e fa entrare tutto in uno zaino o un mini trolley da portare in cabina (soprattutto se si tratta di viaggi da finesettimana lungo). Discorso prolisso, precisazioni superflue, lo so, per chiunque sia un minimo abituato a viaggiare e chiunque abbia un minimo di buon senso: noi italiani, a quanto pare, non rientriamo nè nella prima nè nella seconda categoria. E, soprattutto, per noi italiani - dal primo in gerarchia istituzionale, all'ultimo - le regole sono un optional. Ditemi, vi prego, se e quando, se non agli imbarchi degli italiani, avete assistito a scene simili: le hostess che percorrono la fila con il dito puntato intimando e/o supplicando "just one baggage, please" e signore che riaprono i borsoni e iniziano a vestirsi a strati, distribuendo magliette ai figli e ai mariti perchè facciano lo stesso; ragazze che con le lacrime agli occhi devono piegare come un origami la loro mega-vuitton e farla entrare nel trolley; fidanzati che mettono lo zaino in spalla e sopra la giacca, cercando di nasconderlo (perchè non si nota: ma quanto siamo furbi) e si ripresentano in fila con le pantofole in mano (in viaggio non si portano le infradito ultrasottili, si portano le crocs) ... il tutto tra infinite polemiche e proteste, perchè loro, le hostess, "chi si credono di essere"... forse persone che lavorano e che eseguono delle direttive di cui il cliente era stato opportunamente informato?
Inevitabile corollario, ulteriori disagi e perdita di tempo a bordo, perchè le borse non entrano nè nelle cappelliere nè sotto i sedili, e qui chiudo. Mi limito a dire che noi italiani siamo - siamo diventati? - i disadattati della convivenza internazionale.

E l'aura fai son vir

Quando si incontrano sul proprio cammino pellicole simili, vien da gridare che il cinema italiano non solo non è morto, ma si ha voglia di abbassare la testa e volgere lo sguardo altrove, vergognandosi persino di averlo pensato. Girato interamente nelle valli occitane del Piemonte, un ex professore decide di trasferirsi con tutta la sua famiglia – una moglie e tre figli - in un paesino di poche anime, sulle montagne, per poter vivere secondo natura. Nella diffidenza generale, Philippe e sua moglie vivono di pastorizia, cercando di raggiungere quel difficile equilibrio con le cose del mondo e con gli anziani abitanti del posto.Il film di Giorgio Diritti vale almeno quattro stelle. Una per il coraggio, due per le difficoltà della distribuzione (il film fa la spola fra una sala e l'altra di Italia, dove il mercato non sembra accorgersene, mentre all'estero ha fatto incetta di premi e riconoscimenti), la terza per la prova corale di tutti gli attori, bravissimi e non professionisti (eccezion fatta per Thierry Toscan e Alessandra Agosti), la quarta per risarcirlo moralmente di tutto ciò che ha subito e per tutto ciò che subirà, nella cecità dei nostri critici e dei nostri speculatori culturali. "E l'aura fai son vir" - questo il titolo occitano del film - si riferisce al detto popolare che vuole il vento una metafora di tutte le cose, un movimento circolare in cui tutto torna, come rappresentato nel film dalla figura di uno scemo del villaggio che corre nei prati simulando il gesto del volo. Questa pellicola, senza scomodare miti e profeti, ha la forza di un trattato antropologico, ma senza perdersi nella retorica dei buoni sentimenti, sottolineando piuttosto come la vita si componga di sensazioni contrastanti e sgradevoli, in un cinismo che contagia, ma rende liberi da pregiudizi e ipocrisie. Tre aggettivi per descriverlo? Genuino, inaspettato, meraviglioso. Come le anime salve che descrive, uomini in cerca di un senso che l'esistenza stessa allontana ogni giorno di più.