giovedì 31 dicembre 2015

Последний тост



Я пью за разоренный дом,
За злую жизнь мою,
За одиночество вдвоем,
И за тебя я пью,–
За ложь меня предавших губ,
За мертвый холод глаз,
За то, что мир жесток и груб,
За то, что Бог не спас.


Анна Ахматова

venerdì 6 novembre 2015

Oggi mi son fatta un appunto...

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo,
distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla
nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

Wislawa Szymborska

sabato 10 ottobre 2015

Stoner




A quarantatré anni compiuti, William Stoner apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un'altra.

giovedì 8 ottobre 2015

E' bello incontrarsi dopo anni

 Un incontro inatteso

Siamo molto cortesi l'uno con l'altro,
diciamo che e' bello incontrarsi dopo anni.

Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell'acqua.
I nostri lupi sbadigliano alla gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli gia' da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a meta' della frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa parlarsi.

(Wislawa Szymborska)

sabato 22 agosto 2015

"Non ti merito"...





Ma la felicità con i suoi doni
non è per me; l'anima mia non tenta;
vane sono le vostre perfezioni,
ché d'esse io non son degno. Mi spaventa
la vita coniugale ed ho coscienza
che a noi darebbe solo sofferenza.
Anche un immenso amor non gioverebbe:
l'abitudine in me l'ucciderebbe.
Non saprei darvi che fastidi e pene;
voi piangereste, ed io dal vostro pianto,
non dolore, ma rabbia avrei soltanto.
Or giudicate quali rose Imene
ci porterebbe e se una tale vita
vi potrebbe, e per sempre, esser gradita.

(Capitolo quarto- XIV)

martedì 4 agosto 2015

A tutti

Non incolpate nessuno della mia morte e, per piacere, non fate pettegolezzi. Il defunto li odiava.
Mamma, sorelle e compagni, perdonatemi-non è questo il modo (non lo consiglio ad altri) ma non ho vie d'uscita.
Lilja, amami.
Compagno governo, la mia famiglia è composta da Lilja Brik, mia madre, le mie sorelle, e Veronika Vitol'dovna Polonskaja.
Se per loro organizzerai una vita tollerabile-grazie.
Le poesie già iniziate datele ai Brik, ci penseranno loro.

Come si dice -
                      l'incidente è chiuso,
la barca dell'amore si è schiantata
contro l'esistenza quotidiana.
Io e la vita siamo pari
                                     e a nulla serve l'elenco
dei reciproci dolori,
                                disastri,
                                             offese.
Buona permanenza al mondo.
                                                Vladimir Mjakowskij
                                                                                   12/4/30
 

lunedì 27 luglio 2015

Tornerà 'sta primavera con la spada insanguinata

Ecco, ciascuno di noi a un bel momento si ritrova in mano una spada insanguinata: non sa perché e da quanto tempo e dove l'ha presa o se gliel'ha data qualcuno e soprattutto perché è insanguinata e di quale sangue, ma insomma ce l'ha stretta in mano. E mentre la guarda e la gira e la rigira con comprensibile sbalordimento facendo anche degli sforzi di memoria, si volta indietro e trova la strada piena di sangue, con morti e feriti sparsi, gli ultimi magari infilzati un minuto fa.
Capita di solito sulla via del ritorno, di accorgersi dei morti, perché è sulla via del ritorno che l'uomo è più lucido, riflessivo ed equanime e il ritorno ha un valore pr così dire consuntivo e catartico. Un po' come quando finisci un lavoro, non so se sei pratico di lavori finiti se non sei pratico fa lo stesso, poi sei più sereno e neutrale e anche autocritico, ti accorgi di cose che mentre lavoravi ce le avevi davanti agli occhi ma non le vedevi, le vedi solo adesso cioè alla fine. Tu sei su una strada di ritorno e il passo è più lento e misurato, non c'è la fretta che avevi all'andata e hai addosso anche quella stanchezza malinconica che ti fa vedere il mondo senza gli occhiali bugiardi dell'abitudine. E mentre tiri un sospiro consuntivo che comincia dal peso delle gambe e arriva fino alla testa per rinfrescarti di un cielo immenso tiepido fragrante di tarda primavera ( i ritorni si fanno sempre in mezze stagioni clementi, non chiedermi perché) proprio a metà del sospiro diciamo all'altezza delle braccia, quando ricapitoli le energie e distingui il confine universale tra benessere e malessere che è un cascame terreno del confine universale tra il bene e il male, ti accorgi di un incomodo che hai l'impressione di portare addosso chissà da quanto tempo, e allora ti guardi istintivamente la mano destra, se sei destrimano, e lì trovi la famosa spada insanguinata; poi ancora istintivamente ti giri indietro e vedi il sangue, e sopra il sangue tutte le tue vittime.

mercoledì 22 luglio 2015

Sulla felicità a oltranza

"Mi sono sempre chiesto se la felicità si potesse metter via, come i soldi, per tirarla fuori nei momenti di bisogno (...)"





sabato 20 giugno 2015

"Ci sono parecchie cose in questa Italia che io non capisco (...)"




(... ) Questo paese è in bancarotta. Non c'è una solida base per queste opere grandiose. La prosperità che dovrebbero indicare è una finzione. Non ci sono soldi nelle casse del tesoro e, dunque, invece che rafforzarlo, lo indeboliscono. L'Italia ha realizzato la sua aspirazione più cara ed è diventata uno stato indipendente. E, così facendo, ha attratto un elefante nella lotteria politica. Non ha nulla con cui alimentarlo. Senza alcuna esperienza in campo amministrativo, si è gettata in spese inutili di ogni tipo e ha affondato il proprio erario quasi in un solo giorno. Ha scialacquato milioni in una marina di cui non aveva bisogno e, alla prima occasione in cui ha fatto entrare in azione il suo nuovo giocattolo, il disastro è stato enorme. (...)

Mark Twain "In questa Italia che non capisco" (estratti da "The Innocents abroad" 1869)

sabato 13 giugno 2015

Fare i puzzle

E infatti, per tornare al tema, secondo me a Michele delle tette di lei non gliene è mai fregato niente, non le ha neanche viste interiormente e con gli occhi della mente, e il cono di luce delle sue intenzioni più intime non andrà mai a illuminare delle tette perché secondo me a lui quello che piace moltissimo e avere della compagnia, che deve esser sempre stato il suo sentimento di riferimento.
Cioè fare i puzzle in due, che è più bello che farli da soli, oppure leggere i giornalini in due, anche in due stanze diverse, ma nella stessa casa, che è diversissimo da leggere un giornalino da soli in casa propria, perché è strano come uno, a fare esattamente la stessa cosa in casa sua e a farla in casa di un altro, delle volte quello che a casa tua ti sembrerebbe insopportabile, soltanto perché sei a casa di un altro diventa immediatamente non soltanto sopportabile ma addirittura gradevole. E la stessa cosa vale esattamente uguale anche per il fare una cosa da soli e farla in due, solo pe ril fatto di essere in due, e questo è un tipo di emozione che in certi periodi io credo di capire benissimo.

lunedì 8 giugno 2015

La vita è orribile e meravigliosa

Ho appreso a vivere semplice e saggia
a guardare il cielo, a pregare Iddio,
e a vagare a lungo innanzi sera,
per fiaccare un’inutile angoscia.
Quando nel fosso freme la lappola
e il sorbo giallo-rosso piega i grappoli,
compongo versi colmi di allegria
sulla vita caduca, caduca e bellissima.
Ritorno. Un gatto piumoso mi lecca
il palmo, fa le fusa più amoroso,
e un fuoco vivido divampa al lago
sulla torretta della segheria.
Solo di rado un grido di cicogna,
volata fino al tetto, squarcia il silenzio.
E se tu busserai alla mia porta,
mi sembra, non sentirò nemmeno.

(A. Achmatova-1912)

Mare mare

-Guarda chi è arrivato, saluta la zia.
-No
-Lele, non alzare la sabbia
-Ehi, ciao ben arrivati
-Filippo aspetta che devo metterti la crema
-Mamma posso fare il bagno?
-No che hai appena fatto colazione, stai un po' all'ombra
-Mamma,vieni ad aiutarmi a prendere i pesci.
-Allora stasera dove andate a vedere la Juve?
-E'mio, mamma, Samuele mi ha preso il camion.
- Riccardo, gioca con la ruspa
-Cocco, coccobello
-A che ora siete partiti, c'era traffico?
-Mamma ho fame
-Fra poco andiamo a pranzo
-Numero 44, l'hamburger è pronto
-Vieni ad asciugarti che prendi freddo
-Mamma ho sete, voglio un succo di frutta
-Massaggio, massaggio
-Numero 45, la piada è pronta
-Io vengo qui da quasi 50 anni per tre mesi, tutte le mattine mi alzo alle 5, vado al molo dai pescatori, torno a casa, pulisco il pesce e alle 7.30 prendo il caffé con mia moglie che si è appena alzata
-La Lisa sta facendo la dieta del gruppo sanguigno, dice che si sente molto meglio
-Numero 46 la caprese è pronta
-Sofia se non finisci la piada non ti prendo il gelato
-Braccialetti, anelli, orecchini, roba buona a poco prezzo.
-Papà ma come si muore?
-Eh, ci sono tanti modi per morire
-Tipo quali? Dimmene uno.
-Ma perché devi pensare a queste cose? Vai a fare il bagno.
-Francesca? Ma dov'è andata a finire?
-Stasera facciamo la grigliata.
-Ma non dovevate disturbarvi, potevamo prenderci una pizza.
-Asciugamani in microfibra con cuscino per lettino, asciugamani.
-Zia perché non stai a dormire da noi?
-Ma vivi da sola? Perché non hai un marito? Allora dovresti prendere un animaletto.
-Vai già via?
-Lele saluta la zia che va a casa.
-No

(Scuola media di letteratura russa: descrivi una giornata)

giovedì 4 giugno 2015

La zona dell'angoscia

A quest'atmosfera di sogno e d'inquietudine che lo faceva muovere attraverso le giornate come un sonnambulo, Erdosain aveva dato un nome: "la zona dell'angoscia". Erdosain immaginava l'esistenza di questa zona sopra il livello della città, a due metri di altezza; graficamente la vedeva nella forma di quelle regioni di saline e deserti che nelle carte geografiche sono indicate con degli ovali di puntini, a milioni come le uova di un'aringa.
Questa "zona d'angoscia" era la conseguenza della sofferenza umana. E, come una nube di gas velenoso, si spostava pesantemente da un punto all'altro, penetrando nei muri e attraversando le case senza perdere la sua forma piana e orizzontale; angoscia bidimensionale che, ghigliottinando le gole, vi lasciava un lontano sapore di singhiozzo.
Questa era la spiegazione che Erdosain dava a se stesso, quando sentiva la prima nausea del dolore.
Cosa sto facendo della mia vita?, si dcieva in quei momenti, e forse con questa domanda sperava di chiarirsi le origini dell'ansia che gli faceva desiderare un'esistenza nella quale il domani non fosse la continuaizone dell'oggi con la stessa misura del tempo ma qualcosa di diverso e di sempre inatteso; come nei film americani nel quali il mendicante di ieri è il capo della società segreta di oggi e la dattilohrafa avventuriera è una milionaria in incognito. (...)

martedì 26 maggio 2015

La finestra

A volte l'esistenza
diventa una finestra
e le cose appaiono di là
come nei sogni:
un panno che ciondola nel vento,
un fiore, una ragazza
e quella luce chiara del mondo
dove tu non sei.

venerdì 22 maggio 2015

Su come è fatto il Don Chisciotte

Mi hai dato due incarichi:
1) Non telefonarti. 2) Non vederti.
E adesso sono un uomo occupato.
C'è ancora il terzo incarico: non pensarti. Ma questo non me l'hai affidato tu.
Tu stessa a volte mi chiedi: "Mi ami?"
Allora so che è il momento della verifica dei posti di guardia. Rispondo con la diligenza di un soldato delle truppe del genio, che mal conosce il regolamento della guarnigione.
"Posto di guardia numero tre, non sono sicuro del numero; luogo: al telefono e nelle vie dal Gedächtniskirche ai ponti sulla Yorckstrasse, non oltre. Mansioni: amare, non incontrare, non scrivere lettere. E ricordare come è fatto il Don Chisciotte."

(Lettera nona)

domenica 17 maggio 2015

Questione di segni





(...) E la felicità...Che dire? I desideri, in fondo, sono un tormento, no? Ed è chiaro che si è felici quando non ci sono più desideri, nemmeno uno...
Che errore, che insensato pregiudizio, da parte nostra, aver messo fino a oggi davanti alla felicità il segno più! Davanti alla felicità assoluta, naturalmente, va messo un segno meno, il divino segno meno.

(Noi- Evgenij Zamjatin)

Patriottismo





Anch'io mi sento bene. Non so se questo mio stato d'animo sia dovuto al fatto che sono tornato, ma forse sto bene semplicemente perché sono vivo e perché non ho un futuro. Forse tutto quello che mi circonda appartiene al passato. Mi risuona in testa una frase: "Il passato non è mai morto". Anzi, non è nemmeno passato", ma non riesco a ricordare chi l'ha scritta. Forse Faulkner? Di colpo mi sembra di aver compreso il significato di quello che dice Kafka e proposito del presente, definito una "crepa nel tempo". Ti svegli e capisci di esserti trasformato in uno scarafaggio che chiunque può calpestare.

 (Serbia Hardcore-Dušan Veličković)
 

giovedì 16 aprile 2015

Boyhood

Idea geniale quella di seguire un personaggio che nel film cresce veramente, e non da solo ovviamente: i genitori invecchiano, arrivano le rughe, i chili di troppo.
Però, a parte le trovate cinematografiche/registiche, in fondo il protagonista non è niente di più che un ragazzotto americano, nemmeno troppo disadattato.
Io al film avrei dato un altro titolo: “Womanhood”, perché è lei, la donna, la madre, la moglie, la vera protagonista.
Nel film vedi Patricia Arquette giovane con i figli che fa fatica ad avere una vita privata, si fa il culo, torna a studiare, diventa un'insegnante.
Ogni tanto ricompare quel figo dell'ex, un gran cazzone ma nel film è l'unico che si “redime” e non solo cresce nel senso di invecchiare ma trova una sua dimensione anche se non capiamo mai che faccia di lavoro.
Poi lei sposa un professore, ricrea un nucleo familiare con anche i figli di lui per poi mollarli al loro destino quando il marito si rivela un alcolizzato violento.
Allora ricomincia, le cose sembrano funzionare, si trova un altro uomo, uno solido che l'aiuta a fare la manutenzione della casa ma poi si scopre essere un po' troppo quadrato e di nuovo rimpiangiamo tutti quel cazzone di Ethan Hawke che nel frattempo ha una nuova e giovane moglie, un figlio piccolo, una suocera bigotta e un suocero appassionato di armi come il classico stereotipo texano. Ma lì tutti sono felici e lui, Ethan, non cambia di una virgola inserendosi perfettamente.
Il film continua e il nostro boy arriva alle prime fidanzate, alle feste del liceo. E così anche il nostro Mason Jr, che nel frattempo è diventato un figo come il padre, anche se un po' più cupo, è pronto ad andare all'università, che nell'immaginario americano sembra essere il paese di bengodi dove tutto sarà possibile perché è lì che inizia il vero futuro.
Allora Patricia, che nel film viene quasi sempre e solo chiamata mamma o tesoro, ma quasi mai col nome proprio, dicevo Patricia vende la casetta che tanto il nido si è svuotato, caccia via tutto e si trasferisce in un appartamentino.
Ed è lì che, quarantenne, si ferma a pensare al culo che si è fatta, ai figli, agli uomini (anche lei sotto sotto rimpiange il cazzone) e si chiede se quel passato era il vero futuro, dicendo la frase chiave di tutto il film, e forse anche delle nostre di vite: “I thought there would be more”.

domenica 29 marzo 2015

E' un puro caso.





"E perché mi tenete qua dentro?"
"Perché siete malato"
"Sì, malato. Però decine, centinaia di matti girano liberi perché la vostra ignoranza non è in grado di distinguerli dai sani. E allora perché io e questi sventurati qui dobbiamo starcene qua dentro per tutti, come capri espiatori? Voi, l'infermiere, il sorvegliante e tutti voi canaglie d'ospedale sul piano morale siete di gran lunga inferiori a ognuno di noi, e allora perché noi stiamo dentro e voi no? Dov'è la logica?"
"Il piano morale e la logica non c'entrano. Dipende tutto dal caso. Chi è stato ricoverato sta dentro, chi non è sttao ricoverato se ne va in giro, ecco tutto. Se io sono medico e voi malato di mente non dipende né dalla morale, né dalla logica, ma è un puro caso."

La corsia n. 6 - Anton Čechov

domenica 22 marzo 2015

Diligentemente

Mentire è una pratica universale - lo facciamo tutti. Pertanto, la cosa saggia da fare è addestrarci diligentemente a mentire in maniera seria, giudiziosa; a mentire per una buona causa e non per una causa sbagliata; a mentire a vantaggio del prossimo e non nostro; a mentire in maniera salutare, caritatevole, compassionevole e non crudele o nociva; a mentire in maniera elegante e leggiadra e non goffa e scomposta; a mentire con fermezza, onestà, decisione, a testa alta, senza incertezze e non in maniera tortuosa, con pusillanimità, come ci si vergognasse di quella nobile occupazione.
Solo allora ci libereremo della verità volgare e pestilenziale che ammorba la terra; solo allora saremo cittadini nobili e di valore e meravigliosi e meritevoli di un mondo in cui persino la benigna Natura mente per abitudine, a eccezione di quando promette un clima esecrabile.

("Sul decadimento dell'arte di mentire"- Mark Twain)

venerdì 20 marzo 2015

Una giornata

Ho un caldo porco e la pipì ma di notte col cavolo che vado alle latrine, esco dal sacco a pelo, mi vesto, esco dalla tenda, scuoto le scarpe, esco dal Tukul, l'aria è ancora fresca ma durerà poco, riempio la moka di acqua filtrata, centellino il caffé portato dall'Italia come fossi uno spacciatore, butto benzina sulle braci, accendo qualcosa di plastica perché prenda meglio, soffio e aspetto, intanto tolgo un paio di formiche dallo zucchero e mi chiedo perché questa notte non mi hanno chiamato: era tutto a posto o semplicemente dormivano invece di lavorare?
Nella tenda si scoppia, hanno tutti la febbre ma è il termometro che non va giù, sento un aereo, per fortuna nessuno scappa perché io nel buco non mi ci butto che poi sai la figura di merda se non riesco a uscirne? Sulla pelle ho un sottile strato di polvere rossa, l'acqua è calda, è stata al sole tutto il giorno, mentre me la verso addosso con una tazza di plastica guardo il cielo, c'è luna piena, sento il mio collega che urla in ceco al satellitare, è il compleanno della figlia, oggi all'asilo ha mangiato le carote per la prima volta.
Le guardie parlano sotto la mia finestra anche se ho detto mille volte che potrebbero farlo più piano ma meglio non discutere con uomini armati, l'acqua della doccia è salata, nell'unica stanza comune senza finestre la tv è accesa sul Al Jazeera, la colazione è sul tavolo, apro la pentola e mi metto un po' di fegato da parte per pranzo, prendo un'ingera e ci spalmo sopra un cucchiaino di nutella poi mi verso del te dal thermos. Mi dicono di prepararmi ma io aspetto sempre l'ultimo minuto, non sono loro che devono poi stare al sole con i calzini, le scarpe chiuse, i pantaloni, la maglia a maniche lunghe, il vestito lungo sopra, la casacca di identificazione, la fascia e il foulard. Esco in cortile, tutti mi salutano allegri, bella forza penso io, siete in maglietta. Ogni giorno un tragitto diverso ma dal macello si passa per forza, l'autista ha gli occhi rossi per il kat, tira su il finestrino e spruzza un deodorante ai fiori, arrivo che sto per vomitare. Scopro che cerotto in somalo si dice cerotto, mi viene il dubbio che capiscano anche le parolacce che borbotto in continuazione. Sono fradicia di sudore e come sempre piuttosto incazzata, metto la musica a palla, ho i capelli che sembran paglia ma me ne frego e li lavo con l'acqua minerale, stasera ci guarderemo per la terza volta in due mesi Brian di Nazareth.
Aspetto che inizi il giornale radio dell'Emilia Romagna, code a Milano in tangenziale ovest, il caffé finisce tutto sulla stufa perché sono di là a cazzeggiare su facebook, apro la finestra per sentire la temperatura con le mani, mi trucco, scelgo una collana che si intoni alla maglia, la tiro per le lunghe, torno su perché mi son scordata il sacchetto dell' organico che ormai fa i vermi, fumo una sigaretta in strada mentre aspetto il verde, vado in bicicletta e mi lamento del cantierone che ha deviato tutti gli autobus sul mio tragitto, al lavoro cerco di sorridere e penso che quello che importa davvero è la qualità di vita, sopratutto la mia. A pilates sono tutte del '93 e non conoscono i Depeche Mode, per fortuna stasera ho il corso di russo.

(Scuola di letteratura russa - 4° compito)

lunedì 16 marzo 2015

Pulizie di primavera...

"Oblomov avrebbe voluto vedere pulita e ordinata la sua casa, ma gli sarebbe piaciuto che la pulizia e l'ordine si facessero di per sé, senza che egli se ne accorgesse (...)"

 (Oblomov-I.Gončarov-ed BUR)

sabato 14 marzo 2015

Un sogghigno





Dal sacco
Per terra si son sparse le cose.
E io penso che il mondo
E' solo un sogghigno
Che brucia appena
Sulle labbra dell'impiccato.

domenica 1 marzo 2015

1 marzo 2012

Io non sono una che celebra ricorrenze, anniversari e soprattutto decessi, però ho la tendenza un po' ossessiva a ricordarmi perfettamente dove ero, che facevo, che giorno della settimana era quando succede qualcosa, anche non di importantissimo.
Quando è morto Lucio Dalla ero a Juba, ridente capitale del più giovane stato al mondo (finché non si sgretolerà ciò che resta della Russia o il Caucaso o altri stati in guerra più o meno civile); come ogni mattina avevo acceso il computer e fatto una rapida rassegna stampa passando dal Sudan Tribune, a Al Jazeera, BBC, Le Monde fino ad arrivare alla Repubblica Bologna per sentire un po' aria di casa.
A Lucio Dalla era venuto quel che si dice un colpo secco in un Hotel mentre era in tourné: "che peccato" pensai.
Mi volto alla mia sx e c'è la logista francese che vive sul Lago Vittoria perché sposata a un Keniano, in fondo alla stanza c'è Abou, il finance manager senegalese, poi girando in senso orario un po' di logisti amerriggani, una coreana-americana che vive a Oxford, un neozelandese............
Vabbé dai ci provo, vediamo se sono solidali "Ehi è morto un famoso cantante italiano, era di Bologna, insomma uno di casa, quelli che sai a memoria perché te lo sei sciroppato tutta la vita anche se non hai mai comprato nulla della sua produzione.
"Pavarotti?" "Quello è morto da un pezzo, ma in effetti non abitava lontano."
"Ramazzotti?" "Ok, nevermind"
"Certo che è un brutto periodo per l'Italia, prima il naufragio di quella nave poi questo lutto" dice qualcuno cercando di darmi conforto.
"Vabbé è la vita" dico io e torno a organizzare una missione explo attraversando illegalmente una frontiera, l'afflusso di rifugiati al campo profughi, la proposta di campagna di vaccinazione contro il morbillo e altre amenità.

 Bologna, sai mi sei mancata un casino.

giovedì 26 febbraio 2015

Parla del '900

Il '900 è stato mia nonna, anzi mia nonna bisa come si dice a Bologna cioè la mamma della mamma di mia mamma.
Mia nonna è nata nel 1897 e morta a fine 2000: è sopravvissuta alle due grandi guerre e alla famosa epidemia di influenza “spagnola” del '18 che le lasciò giusto una lieve alopecia di cui lei non si curò mai usando sempre pettinini che sembravano stare su con lo sputo, visto che di capelli praticamente non ne aveva più.
La nonna Lavinia in realtà si chiamava Enrichetta; pare che Enrico e Lavinia fossero una coppia di conoscenti davvero sfigata, perciò in loro onore le venne dato un nome all'anagrafe e l'altro usato tutti i giorni, un po' come chiamarsi Romea ufficialmente e Giulietta per gli amici.
Da piccola viveva a Cadriano dove il padre faceva il mezzadro, alla domenica lo accompagnava sul carro a portare il latte in città alle famiglie ricche di via Castiglione; da ragazza poi batteva la canapa nei maceri con l'acqua fino alle ginocchia ma forse le fece bene perché non si lamentò mai di nessun dolore articolare.
Sposatasi si trasferì alla Bolognina che ai quei tempi era ancora tutta campagna, andava a messa la domenica e quando era ora di mettersi i vestiti estivi lo diceva il prete dal pulpito.
Non credo sia mai neanche stata a Roma, al massimo a Cereglio dove passò tutte le sue vacanze estive andando a funghi per i bricchi, al ritorno stipava la macchina di chi l'andava a recuperare di bottiglie d'acqua riempite alla famosa sorgente omonima e di tonnellate di zuccherotti montanari che, nei primi anni '70, sfamarono mio padre appena ventenne e i suoi amici in tutti i loro viaggi, visto che ne mangi uno e sei sazio per giorni.
Mia nonna quando l'ho conosciuta io aveva la pelle come carta vetrata, quello che le succedeva intorno non intaccava mai il suo aplomb e la sua ironia, però una ruga si aggiungeva sulla faccia, una macchia sulle mani o la schiena si incurvava di un altro po': è morta ad angolo retto.
La sua filosofia di vita è sempre stata “piutòst che gnint l'é méi piutòst” e con questa ha attraversato imperterrita le guerre, le crisi economiche e politiche, l'arrivo del riscaldamento in casa, del telefono e della lavatrice che nel '58 spodestò la bugaderi, ovvero lo stanzino in cortile dove si lavavano le lenzuola con la cenere in grossi tini.
Guardava sempre la televisione con aria diffidente e i programmi li commentava al massimo con un “ban mo da bon” o un “soccmel”.
Mia nonna è sempre stata socialista e fino ai cent'anni è voluta andare a votare, peccato che ogni anno in Italia si cambino nomi e simboli dei partiti, per un po' deve aver comunque trovato il garofano poi chissà che ha votato; si narra che una volta sia stata venti minuti in una cabina elettorale facendo credere a tutti di essere morta sulla scheda ma in realtà stava scrivendo a mano “partito socialista”.
Capiva l'italiano ma parlava rigorosamente dialetto e soprattutto rispondeva spesso con “aforismi” o “proverbi” di grande saggezza:
“Sai mamma che si è sposata la figlia della Gina?”
“A n'é un badilaz c'an eva al so mandgaz” (“ogni badile ha il suo manico”)
“Lavinia sai che la Maria è rimasta vedova?”
“Tòt i marì ién bòn, i arpezzan la laur piel con la tò” (Tutti i mariti sono buoni, rappezzano la loro pelle con la tua)
E quando mio nonno tuonava “Ines in tavola manca il sale” lei a bassa voce diceva:
“Pigrizia vut dal brod?” “Sì” “Vat la tour” “A in voi piò”
(Pigrizia vuoi del brodo? Sì. Vattelo a prendere. Non lo voglio più)
Una rivoluzione degli anni '80 che non le è mai andata giù però è stato l'avvento della dieta mediterranea e in particolare dell'uso dell'olio al posto del burro, questo sì che chiaramente l'indignava; “sai che l'Amedea condisce la pasta con l'olio?” diceva di sua nuora con tono schifato, chissà come commenterebbe oggi la dieta vegana.
A questo proposito, per i suoi 80 anni si era fatta regalare una batteria di tegami, di quelli belli antiaderenti con le linee aerodinamiche; qualcuno osò commentare che era un po' uno spreco e che non li avrebbe usati molto e lei si divertì poi a leggerne i necrologi sul Carlino, come si è sempre divertita ad affermare di aver seppellito non so quanti dei suoi medici di base.
Già ultranovantenne cadde da una sedia e si ruppe un braccio, mia mamma la portò al Pronto Soccorso del Maggiore, appena rinnovato: mentre mia nonna si guardava intorno nell'attesa dicendo “mo che bel sit”, il fiore all'occhiello della sanità emiliana andava in tilt perché l'avveniristico sistema computerizzato non concepiva 1897 come anno di nascita.
Alla fine degli anni '90, una delle ultime volte che mia mamma l'accompagnò in Certosa, dove in fondo mancava solo lei, uscendo la guardò e le disse: “E anc stavolta a san vgnù fòra”.

(Scuola elementare di letteratura russa - 2° compito)

venerdì 20 febbraio 2015

Descrivi la letteratura russa in cinque righe:

"Per me, con tutti quei nomi, cognomi, patronimici, diminutivi, nomignoli e vezzeggiativi, la letteratura russa è non capire mai come si chiamano i protagonisti dei romanzi."

(Scuola elementare di letteratura russa - Bologna 19 febbraio 2015 - 1° compito)

mercoledì 18 febbraio 2015

Destino - Sanità

Mi trovai nella necessità di dover togliere l'appendice. Riempii i moduli opportuni e m'iscrissero in una lista d'attesa.
Passarono due anni come un lampo, venne il mio turno e mi ritrovai all'ospedale.
L'operazione riuscì brillantemente. Il primario in persona si congratulò con me per i risultati. "E' stato un bell'intervento, signora," disse.
Gli feci notare che sono di sesso maschile. Lui consultò qualcosa nei suoi documenti.
"Lo era prima dell' operazione. Per errore lei è capitato nel reparto sperimentale, e adesso è una donna. Il cambiamento di sesso è un ramo pioniere della chirurgia, ma noi abbiamo risultati eccellenti, di cui, cara signora...caro signore...? è una prova."
"E che fine ha fatto la mia appendice?"
"Non vuole tenerla buona donna?"
"No. E non vorrei neppure rimanere donna, la pregodi correggere subito questo equivoco."
"Lei è un paziente difficile, mio caro signore, mia cara signora...? Che cosa vuole per prima, cara signora, la mascolinità o l'appendice?"
"Quello che si fa più in fretta."
"Riempia i moduli in duplice copia, prego."
Il tempo passò rapidamente, e l'operazione successiva riuscì bene come la precedente. Il nuovo rene funzionava a meraviglia, solo che adesso ne avevo tre, due miei e uno trapiantato. A causa di un errore nella programmazione del computer mi avevano portato nella sala operatoria sbagliata. Ero appena tornato in me che già per problemi di reni riempivo moduli che si aggiungevano agli altri.
Non ero già più una ragazza quando ebbi la notizia che all'ospedale c'era un posto libero e che toccava a me essere operata ai reni. Si trattava solo di togliere un rene, ma mi ritrovai nel reparto maternità come neonata. L'amministrazione centrale della sanità era incorsa in un errore, ma i genitori non protestarono. Ero già una bambina adulta e potevano risparmiare le spese per l'istruzione, quindi preferirono riconoscermi come figlia loro. Per quanto mi riguarda, ne avevo abbastanza di riempire moduli, e mi rassegnai al mio destino.
I rapporti tra me e i miei genitori sono molto buoni. L'unica preoccupazione per loro è la mia appendice, che continua a darmi problemi. Vogliono mandarmi in ospedale per farmi togliere l'appendice. E' una fortuna, perché ho il sospetto che malgrado tutto preferiscano avere un maschio che non una femmina.

Slawomir Mrozek "La vita per principianti - un ABC senza tempo" ed. Bompiani

martedì 17 febbraio 2015

Sono fra noi

Oggi un'infermiera mi passa una cartella e con tono sconsolato inizia:
"Vabbé, chissà che succederà di noi, qui presi fra due fuochi"
E io: "eh lo so che ci uniscono all'altra oncologia ma magari riusciremo ad organizzarci meglio, non sarei così pessimista."
"Ma che hai capito? Io parlo dell'ISIS e dell'Ucraina, noi siamo proprio in mezzo!"
E così ho immaginato il team del day hospital in mezzo al corridoio con: da un lato le nostre pazienti badanti ucraine che ci minacciano tenendo in mano pericolosissimi cioccolatini ripieni di liquore dolciastro e dall'altro le signore somale della manutencoop che ci puntano gli spruzzini pieni di disinfettante.....

venerdì 9 gennaio 2015

Foreign fighters

Luglio 2012, un luogo imprecisato in Siria in un ospedale di una ONG imprecisata: arrivano dei feriti.
Uno è biondo, occhio azzurro, barba lunga, l'interprete scrive nel registro "provenienza: Germania" e il medico gli dice "ma no, non da dove viene di origine, dove è stato ferito!"
Il medico in questione, siriano doc, aveva studiato medicina in Germania, non gli pareva quindi vero di poter rispolverare un po' di tedesco e così inizia, tutto contento, a parlare al ferito.
"Da dove viene? Io ho studiato a Colonia" (in tedesco con accento arabo)
"Mi chiamo Hamza e non parlo tedesco" ( in arabo con palese accento tedesco),
"Ma come? Ma se si vede lontano un miglio che sei tedesco!" (in tedesco con accento arabo e tono incredulo)
"Mi chiamo Hamza e non parlo tedesco" (In tedesco con accento arabo e tono scazzato)
Il medico perplesso passa al secondo ferito con occhi a mandorla ma non c'è verso di capirso né in arabo, né in tedesco, né in inglese, né in francese, né in italiano, non lo capiscono neanche i suoi commilitoni.
Arriva il logista libico che ha studiato cinese perché prima di fare l'umanitario lavorava in una multinazionale............."E' cinese, dello Xinjang, sta bene"
C'era pure un arabo israeliano, che sì ha detto proprio così "sono arabo israeliano" che era il più simpatico di tutti; l'infermiera australiana gli stava medicando una brutta ferita a un piede:
"Do you feel any pain?" dice lei
"No" risponde lui
"No pain, no brain" ribatte lei.
Alcuni secondi di gelo, in cui la responsabile italiana fa l'elelenco di tutte le parolacce che conosce e si vede già presa in ostaggio e pensa che i suoi le toglieranno la casa in centro, e l'arabo israeliano si fa una grassa risata.
La responsabile termina la sua apnea, torna in ufficio, prende il satellitare, chiama Parigi e dice: "sono proprio come noi, pieni di expats"

(ogni riferimento a fatti o persone è ovviamente inventato) ;-)