mercoledì 7 aprile 2010

Facciamoci riconoscere

Quando si prenota un biglietto aereo con una compagnia low-cost, la suddetta compagnia informa il cliente che il bagaglio da imbarcare è a pagamento e che si ha diritto ad un solo bagaglio a mano, che non deve superare determinati limiti di peso e dimensioni. Ovviamente un escamotage - da parte della compagnia - per ri-guadagnare ciò che è stato scontato dal prezzo del biglietto, ma chiunque abbia un minimo di buon senso fa la sua scelta: se vuole viaggiare comodo, paga l'imbarco della valigia, altrimenti si organizza e fa entrare tutto in uno zaino o un mini trolley da portare in cabina (soprattutto se si tratta di viaggi da finesettimana lungo). Discorso prolisso, precisazioni superflue, lo so, per chiunque sia un minimo abituato a viaggiare e chiunque abbia un minimo di buon senso: noi italiani, a quanto pare, non rientriamo nè nella prima nè nella seconda categoria. E, soprattutto, per noi italiani - dal primo in gerarchia istituzionale, all'ultimo - le regole sono un optional. Ditemi, vi prego, se e quando, se non agli imbarchi degli italiani, avete assistito a scene simili: le hostess che percorrono la fila con il dito puntato intimando e/o supplicando "just one baggage, please" e signore che riaprono i borsoni e iniziano a vestirsi a strati, distribuendo magliette ai figli e ai mariti perchè facciano lo stesso; ragazze che con le lacrime agli occhi devono piegare come un origami la loro mega-vuitton e farla entrare nel trolley; fidanzati che mettono lo zaino in spalla e sopra la giacca, cercando di nasconderlo (perchè non si nota: ma quanto siamo furbi) e si ripresentano in fila con le pantofole in mano (in viaggio non si portano le infradito ultrasottili, si portano le crocs) ... il tutto tra infinite polemiche e proteste, perchè loro, le hostess, "chi si credono di essere"... forse persone che lavorano e che eseguono delle direttive di cui il cliente era stato opportunamente informato?
Inevitabile corollario, ulteriori disagi e perdita di tempo a bordo, perchè le borse non entrano nè nelle cappelliere nè sotto i sedili, e qui chiudo. Mi limito a dire che noi italiani siamo - siamo diventati? - i disadattati della convivenza internazionale.

E l'aura fai son vir

Quando si incontrano sul proprio cammino pellicole simili, vien da gridare che il cinema italiano non solo non è morto, ma si ha voglia di abbassare la testa e volgere lo sguardo altrove, vergognandosi persino di averlo pensato. Girato interamente nelle valli occitane del Piemonte, un ex professore decide di trasferirsi con tutta la sua famiglia – una moglie e tre figli - in un paesino di poche anime, sulle montagne, per poter vivere secondo natura. Nella diffidenza generale, Philippe e sua moglie vivono di pastorizia, cercando di raggiungere quel difficile equilibrio con le cose del mondo e con gli anziani abitanti del posto.Il film di Giorgio Diritti vale almeno quattro stelle. Una per il coraggio, due per le difficoltà della distribuzione (il film fa la spola fra una sala e l'altra di Italia, dove il mercato non sembra accorgersene, mentre all'estero ha fatto incetta di premi e riconoscimenti), la terza per la prova corale di tutti gli attori, bravissimi e non professionisti (eccezion fatta per Thierry Toscan e Alessandra Agosti), la quarta per risarcirlo moralmente di tutto ciò che ha subito e per tutto ciò che subirà, nella cecità dei nostri critici e dei nostri speculatori culturali. "E l'aura fai son vir" - questo il titolo occitano del film - si riferisce al detto popolare che vuole il vento una metafora di tutte le cose, un movimento circolare in cui tutto torna, come rappresentato nel film dalla figura di uno scemo del villaggio che corre nei prati simulando il gesto del volo. Questa pellicola, senza scomodare miti e profeti, ha la forza di un trattato antropologico, ma senza perdersi nella retorica dei buoni sentimenti, sottolineando piuttosto come la vita si componga di sensazioni contrastanti e sgradevoli, in un cinismo che contagia, ma rende liberi da pregiudizi e ipocrisie. Tre aggettivi per descriverlo? Genuino, inaspettato, meraviglioso. Come le anime salve che descrive, uomini in cerca di un senso che l'esistenza stessa allontana ogni giorno di più.

lunedì 15 marzo 2010

Pétite maison dans la prairie.....

Lo ammetto, non sono solo intollerante ma sto diventando pure razzista.
Ieri sera sono arrivata al mio Hotel parigino conscia di dover "partager la chambre avec une autre stagiaire", busso per educazione e mi apre Laura Ingols (ma si scriveva così?) a 70 anni. Vi ricordate la sigla quando lei corre giù per la collina fiorita? Ecco, Nancy from the US non ha le treccine ma capelli lunghi, bianchi dallo scalpo alle spalle e marroni dalle spalle al culo (alla faccia della ricrescita) tenuti a codini da due simpatici ciappettini (la giornalista azera ne sarebbe stata entusiasta) e, obviously, il vestito fiorato (ma non è inverno anche a Seattle?Ma soprattutto Seattle non era la patria del Grunge?).
Qualcuno mi ha detto "ringrazia, poteva capitarti Nelly Oleson".
Vabbè ma questa ha: cucinato una roba inguardabile e inodorabile in uno studiò di 12m2, non ha lavato i piatti, come nel telefilm si farà il bagno per le grandi occasioni visto che gli asciugamani sono ancora intonsi, occupa l'unico tavolo e la connessione internet, sa tutto perchè è un medico....
Mi fa "se vuoi ci son 2 mensole libere in bagno, io non le uso", grazie al cazzo hai messo i tuoi vestiti da pioniera del Klondike nell'armadio a muro, 2 sacchetti di ciappi e 1 di vitamine (sapete com'è, la dieta mediterranea è pericolosissima, avrà strutto liofilizzato in pillole....) nelle mensole in camera, altre robe fiorate nell'unico cassetto esistente e invaso il comodino.
Non russa come un cow-boy ma un po' grufola, stamattina mi ha pure aspettato per andare alla sede di MSF...che è praticamente dall'altro lato della strada.
Ma non potevano mettermi con la spagnola? con l'armena? la colombiana? la belga?
PS chi dice, o solo pensa, "non la trovi mai pari" può andare a cagare....

martedì 9 marzo 2010

In diretta dal I sec. a.C.

... nos habemus luxuriam atque avaritiam, publice egestatem, privatim opulentiam; laudamus divitias, sequimur inertiam; inter bonos et malos discrimen nullum; omnia virtutis praemia ambitio possidet. Neque mirum: ubi vos separatim sibi quisque consilium capitis, ubi domi voluptatibus, hic pecuniae aut gratiae servitis ...

... abbiamo amore del lusso e avidità, la miseria nelle finanze pubbliche e la ricchezza in quelle private; teniamo in pregio gli averi, ma ci piace stare senza far nulla; non c'è alcuna distinzione tra furfanti e galantuomini; l'ambizione si appropria dei premi dovuti al merito. E non c'è da meravigliarsi: ciascuno di voi delibera soltanto a vantaggio dei propri interessi, siete schiavi a casa dei piaceri, qui [in senato] del denaro e dei favori ...
Sallustio, De Catilinae coniuratione, LII 22- 23

domenica 14 febbraio 2010

LOURDES

Andrea D'Addio 04/09/2009

Bello e toccante "Lourdes", in concorso al festival di Venezia. Ecco la recensione.

Afferma la regista Jessica Hausner di essersi ispirata a "Ordet" di Dreyer per la sua rappresentazione dl miracolo e all'umorismo di Jacques Tati, per realizzare "Lourdes", film in concorso alla 66 Mostra del cinema di Venezia. Paralleli alti, sicuramente ambiziosi, ma che sottolineano la profondità di forma e contenuto ricercata dalla cineasta austriaca.

Un gruppo di persone con gravi problemi fisici si reca in pellegrinaggio a Lourdes. Un miracolo è tale perché è quasi impossibile che avvenga, eppure tutti i partecipanti della spedizione logicamente lo anelano, lo ritengono come la vera ragione del viaggio, seppure sanno bene che non si può dire. La nostra protagonista (interpretata da una bravissima Sylvie Testud) è una ragazza affetta da sclerosi multipla. Non può più camminare né muovere gli arti inferiori. L'assistenza che riceve deve essere completa. La ragazza che l'accompagna è una giovane volontaria dell'Ordine di Malta, più occupata però a flirtare con i ragazzi che a prendersi cura dei bisogni della giovane inferma. Tour organizzati del genere significano pianificazione. Ecco quindi la passeggiata nella grotta, la messa e la benedizione comune, la foto di gruppo, la mensa e la festa di fine gita. La disperazione di tutti è palese: a Lourdes sembra che nessuno ci arrivi per purificarsi l'anima, come un prete dice ad una donna che chiedeva quale iter di azioni seguire affinché un miracolo avvenga, ma per sentirsi il più vicino possibile alla guarigione non del contenuto, ma del contenente, di quel corpo che si ribella dolorosamente alla vita.

Con secchezza narrativa, un'immobilità delle inquadrature che è solo apparente (i movimenti spesso sono lenti e/o impercettibili, ma sempre funzionali e significativi) e un'amara ironia che cresce a poco a poco, fino ad un finale tanto nero quanto grottesco, la Hausner costruisce una storia di speranza e desolazione, di attimi e eternità. Ad essere prese di mira non sono solo le dinamiche interne alla classe di credenti, ognuno a suo modo rivolto più verso sé stesso che al prossimo, ma il significato della parola "felicità". E' lo stato emozionale a cui tutti ambiscono: è possibile identificarlo con traguardo materiale, o nascerà sempre da noi, dal nostro rapporto con gli altri, con il tempo e quel continuo senso di spaesamento che tocca, prima o poi, una o più volte durante la nostra esistenza, tutte le nostre vite?

"Lourdes" riesce a porre, soprattutto con il lancinante epilogo, queste domande. Senza retorica, senza blasfemia. Non è poco. Non è assolutamente poco.








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