Ma perché prendersela tanto coi poveri suicidi?
Li trattate da stupidi, da imbecilli, da vili, come se ciascuno di essi non avesse le sue ragioni terribili e immense.
(...)
Ebbene io vi dico che il suicida è un martire, martire tanto degno quanto i martiri di tutte le religioni. E per religione intendo ogni ardore dell'anima umana, Dio o Idee che sono poi tutte altrettanti iddii.
Se martire è colui che testimonia colle sue sofferenze e il suo sangue la sincerità del suo pensiero e dei suoi sentimenti, fusi, la sincerità della sua anima non più volgare, perché non ha da essere un martireanche un suicida che, piuttosto di mentire (a se stesso e quindi agli altri), di costringersi con uno sforzo che sente inutile, a un assestamento diverso che tanto sente inutile e non suo, preferisce uccidersi, darsi quel grande dolore, il supremo di tutti i dolori?
Finitela di mostrarvi negozianti di virtù gridando all'empietà se un uomo mostra, nella sua idea, di superare la morte, di considerare la vita e la morte dall'alto della sua coscienza di sincerità.
E' sempre, certo, utilitarismo anche il suo (e che cosa non è utilitarismo nella vita?), ma almeno è un utilitarismo diversodal commercio di salami, è un utilitarismo che gonfia l'animo e lo sconvolge e lo leva in alto in un'ebbrezza sublime.
Certo, tutto è utilitarimo nella vita, ma la mia anima sa scegliere tra i valori. In alcuni si trova meglio. E perché allora non dovrei gettarmici a corpo perduto?
E perché dev'essere obbligatorio blasfemare così spietatamente tutti quelli che si sacrificano alla loro sublimità?
(21 ottobre 1927)
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