Ho un caldo porco e la pipì ma di
notte col cavolo che vado alle latrine, esco dal sacco a pelo, mi
vesto, esco dalla tenda, scuoto le scarpe, esco dal Tukul, l'aria è
ancora fresca ma durerà poco, riempio la moka di acqua filtrata,
centellino il caffé portato dall'Italia come fossi uno spacciatore,
butto benzina sulle braci, accendo qualcosa di plastica perché
prenda meglio, soffio e aspetto, intanto tolgo un paio di formiche
dallo zucchero e mi chiedo perché questa notte non mi hanno
chiamato: era tutto a posto o semplicemente dormivano invece di
lavorare?
Nella tenda si scoppia, hanno tutti la
febbre ma è il termometro che non va giù, sento un aereo, per
fortuna nessuno scappa perché io nel buco non mi ci butto che poi
sai la figura di merda se non riesco a uscirne? Sulla pelle ho un
sottile strato di polvere rossa, l'acqua è calda, è stata al sole
tutto il giorno, mentre me la verso addosso con una tazza di plastica
guardo il cielo, c'è luna piena, sento il mio collega che urla in
ceco al satellitare, è il compleanno della figlia, oggi all'asilo ha
mangiato le carote per la prima volta.
Le guardie parlano sotto la mia
finestra anche se ho detto mille volte che potrebbero farlo più
piano ma meglio non discutere con uomini armati, l'acqua della doccia
è salata, nell'unica stanza comune senza finestre la tv è accesa
sul Al Jazeera, la colazione è sul tavolo, apro la pentola e mi
metto un po' di fegato da parte per pranzo, prendo un'ingera e ci
spalmo sopra un cucchiaino di nutella poi mi verso del te dal
thermos. Mi dicono di prepararmi ma io aspetto sempre l'ultimo
minuto, non sono loro che devono poi stare al sole con i calzini, le
scarpe chiuse, i pantaloni, la maglia a maniche lunghe, il vestito
lungo sopra, la casacca di identificazione, la fascia e il foulard.
Esco in cortile, tutti mi salutano allegri, bella forza penso io,
siete in maglietta. Ogni giorno un tragitto diverso ma dal macello si
passa per forza, l'autista ha gli occhi rossi per il kat, tira su il
finestrino e spruzza un deodorante ai fiori, arrivo che sto per
vomitare. Scopro che cerotto in somalo si dice cerotto, mi viene il
dubbio che capiscano anche le parolacce che borbotto in
continuazione. Sono fradicia di sudore e come sempre piuttosto
incazzata, metto la musica a palla, ho i capelli che sembran paglia
ma me ne frego e li lavo con l'acqua minerale, stasera ci guarderemo
per la terza volta in due mesi Brian di Nazareth.
Aspetto che inizi il giornale radio
dell'Emilia Romagna, code a Milano in tangenziale ovest, il caffé
finisce tutto sulla stufa perché sono di là a cazzeggiare su
facebook, apro la finestra per sentire la temperatura con le mani, mi
trucco, scelgo una collana che si intoni alla maglia, la tiro per le
lunghe, torno su perché mi son scordata il sacchetto dell' organico
che ormai fa i vermi, fumo una sigaretta in strada mentre aspetto il
verde, vado in bicicletta e mi lamento del cantierone che ha deviato
tutti gli autobus sul mio tragitto, al lavoro cerco di sorridere e
penso che quello che importa davvero è la qualità di vita,
sopratutto la mia. A pilates sono tutte del '93 e non conoscono i
Depeche Mode, per fortuna stasera ho il corso di russo.
(Scuola di letteratura russa - 4° compito)
Nessun commento:
Posta un commento