domenica 22 marzo 2015

Diligentemente

Mentire è una pratica universale - lo facciamo tutti. Pertanto, la cosa saggia da fare è addestrarci diligentemente a mentire in maniera seria, giudiziosa; a mentire per una buona causa e non per una causa sbagliata; a mentire a vantaggio del prossimo e non nostro; a mentire in maniera salutare, caritatevole, compassionevole e non crudele o nociva; a mentire in maniera elegante e leggiadra e non goffa e scomposta; a mentire con fermezza, onestà, decisione, a testa alta, senza incertezze e non in maniera tortuosa, con pusillanimità, come ci si vergognasse di quella nobile occupazione.
Solo allora ci libereremo della verità volgare e pestilenziale che ammorba la terra; solo allora saremo cittadini nobili e di valore e meravigliosi e meritevoli di un mondo in cui persino la benigna Natura mente per abitudine, a eccezione di quando promette un clima esecrabile.

("Sul decadimento dell'arte di mentire"- Mark Twain)

venerdì 20 marzo 2015

Una giornata

Ho un caldo porco e la pipì ma di notte col cavolo che vado alle latrine, esco dal sacco a pelo, mi vesto, esco dalla tenda, scuoto le scarpe, esco dal Tukul, l'aria è ancora fresca ma durerà poco, riempio la moka di acqua filtrata, centellino il caffé portato dall'Italia come fossi uno spacciatore, butto benzina sulle braci, accendo qualcosa di plastica perché prenda meglio, soffio e aspetto, intanto tolgo un paio di formiche dallo zucchero e mi chiedo perché questa notte non mi hanno chiamato: era tutto a posto o semplicemente dormivano invece di lavorare?
Nella tenda si scoppia, hanno tutti la febbre ma è il termometro che non va giù, sento un aereo, per fortuna nessuno scappa perché io nel buco non mi ci butto che poi sai la figura di merda se non riesco a uscirne? Sulla pelle ho un sottile strato di polvere rossa, l'acqua è calda, è stata al sole tutto il giorno, mentre me la verso addosso con una tazza di plastica guardo il cielo, c'è luna piena, sento il mio collega che urla in ceco al satellitare, è il compleanno della figlia, oggi all'asilo ha mangiato le carote per la prima volta.
Le guardie parlano sotto la mia finestra anche se ho detto mille volte che potrebbero farlo più piano ma meglio non discutere con uomini armati, l'acqua della doccia è salata, nell'unica stanza comune senza finestre la tv è accesa sul Al Jazeera, la colazione è sul tavolo, apro la pentola e mi metto un po' di fegato da parte per pranzo, prendo un'ingera e ci spalmo sopra un cucchiaino di nutella poi mi verso del te dal thermos. Mi dicono di prepararmi ma io aspetto sempre l'ultimo minuto, non sono loro che devono poi stare al sole con i calzini, le scarpe chiuse, i pantaloni, la maglia a maniche lunghe, il vestito lungo sopra, la casacca di identificazione, la fascia e il foulard. Esco in cortile, tutti mi salutano allegri, bella forza penso io, siete in maglietta. Ogni giorno un tragitto diverso ma dal macello si passa per forza, l'autista ha gli occhi rossi per il kat, tira su il finestrino e spruzza un deodorante ai fiori, arrivo che sto per vomitare. Scopro che cerotto in somalo si dice cerotto, mi viene il dubbio che capiscano anche le parolacce che borbotto in continuazione. Sono fradicia di sudore e come sempre piuttosto incazzata, metto la musica a palla, ho i capelli che sembran paglia ma me ne frego e li lavo con l'acqua minerale, stasera ci guarderemo per la terza volta in due mesi Brian di Nazareth.
Aspetto che inizi il giornale radio dell'Emilia Romagna, code a Milano in tangenziale ovest, il caffé finisce tutto sulla stufa perché sono di là a cazzeggiare su facebook, apro la finestra per sentire la temperatura con le mani, mi trucco, scelgo una collana che si intoni alla maglia, la tiro per le lunghe, torno su perché mi son scordata il sacchetto dell' organico che ormai fa i vermi, fumo una sigaretta in strada mentre aspetto il verde, vado in bicicletta e mi lamento del cantierone che ha deviato tutti gli autobus sul mio tragitto, al lavoro cerco di sorridere e penso che quello che importa davvero è la qualità di vita, sopratutto la mia. A pilates sono tutte del '93 e non conoscono i Depeche Mode, per fortuna stasera ho il corso di russo.

(Scuola di letteratura russa - 4° compito)

lunedì 16 marzo 2015

Pulizie di primavera...

"Oblomov avrebbe voluto vedere pulita e ordinata la sua casa, ma gli sarebbe piaciuto che la pulizia e l'ordine si facessero di per sé, senza che egli se ne accorgesse (...)"

 (Oblomov-I.Gončarov-ed BUR)

sabato 14 marzo 2015

Un sogghigno





Dal sacco
Per terra si son sparse le cose.
E io penso che il mondo
E' solo un sogghigno
Che brucia appena
Sulle labbra dell'impiccato.

domenica 1 marzo 2015

1 marzo 2012

Io non sono una che celebra ricorrenze, anniversari e soprattutto decessi, però ho la tendenza un po' ossessiva a ricordarmi perfettamente dove ero, che facevo, che giorno della settimana era quando succede qualcosa, anche non di importantissimo.
Quando è morto Lucio Dalla ero a Juba, ridente capitale del più giovane stato al mondo (finché non si sgretolerà ciò che resta della Russia o il Caucaso o altri stati in guerra più o meno civile); come ogni mattina avevo acceso il computer e fatto una rapida rassegna stampa passando dal Sudan Tribune, a Al Jazeera, BBC, Le Monde fino ad arrivare alla Repubblica Bologna per sentire un po' aria di casa.
A Lucio Dalla era venuto quel che si dice un colpo secco in un Hotel mentre era in tourné: "che peccato" pensai.
Mi volto alla mia sx e c'è la logista francese che vive sul Lago Vittoria perché sposata a un Keniano, in fondo alla stanza c'è Abou, il finance manager senegalese, poi girando in senso orario un po' di logisti amerriggani, una coreana-americana che vive a Oxford, un neozelandese............
Vabbé dai ci provo, vediamo se sono solidali "Ehi è morto un famoso cantante italiano, era di Bologna, insomma uno di casa, quelli che sai a memoria perché te lo sei sciroppato tutta la vita anche se non hai mai comprato nulla della sua produzione.
"Pavarotti?" "Quello è morto da un pezzo, ma in effetti non abitava lontano."
"Ramazzotti?" "Ok, nevermind"
"Certo che è un brutto periodo per l'Italia, prima il naufragio di quella nave poi questo lutto" dice qualcuno cercando di darmi conforto.
"Vabbé è la vita" dico io e torno a organizzare una missione explo attraversando illegalmente una frontiera, l'afflusso di rifugiati al campo profughi, la proposta di campagna di vaccinazione contro il morbillo e altre amenità.

 Bologna, sai mi sei mancata un casino.

giovedì 26 febbraio 2015

Parla del '900

Il '900 è stato mia nonna, anzi mia nonna bisa come si dice a Bologna cioè la mamma della mamma di mia mamma.
Mia nonna è nata nel 1897 e morta a fine 2000: è sopravvissuta alle due grandi guerre e alla famosa epidemia di influenza “spagnola” del '18 che le lasciò giusto una lieve alopecia di cui lei non si curò mai usando sempre pettinini che sembravano stare su con lo sputo, visto che di capelli praticamente non ne aveva più.
La nonna Lavinia in realtà si chiamava Enrichetta; pare che Enrico e Lavinia fossero una coppia di conoscenti davvero sfigata, perciò in loro onore le venne dato un nome all'anagrafe e l'altro usato tutti i giorni, un po' come chiamarsi Romea ufficialmente e Giulietta per gli amici.
Da piccola viveva a Cadriano dove il padre faceva il mezzadro, alla domenica lo accompagnava sul carro a portare il latte in città alle famiglie ricche di via Castiglione; da ragazza poi batteva la canapa nei maceri con l'acqua fino alle ginocchia ma forse le fece bene perché non si lamentò mai di nessun dolore articolare.
Sposatasi si trasferì alla Bolognina che ai quei tempi era ancora tutta campagna, andava a messa la domenica e quando era ora di mettersi i vestiti estivi lo diceva il prete dal pulpito.
Non credo sia mai neanche stata a Roma, al massimo a Cereglio dove passò tutte le sue vacanze estive andando a funghi per i bricchi, al ritorno stipava la macchina di chi l'andava a recuperare di bottiglie d'acqua riempite alla famosa sorgente omonima e di tonnellate di zuccherotti montanari che, nei primi anni '70, sfamarono mio padre appena ventenne e i suoi amici in tutti i loro viaggi, visto che ne mangi uno e sei sazio per giorni.
Mia nonna quando l'ho conosciuta io aveva la pelle come carta vetrata, quello che le succedeva intorno non intaccava mai il suo aplomb e la sua ironia, però una ruga si aggiungeva sulla faccia, una macchia sulle mani o la schiena si incurvava di un altro po': è morta ad angolo retto.
La sua filosofia di vita è sempre stata “piutòst che gnint l'é méi piutòst” e con questa ha attraversato imperterrita le guerre, le crisi economiche e politiche, l'arrivo del riscaldamento in casa, del telefono e della lavatrice che nel '58 spodestò la bugaderi, ovvero lo stanzino in cortile dove si lavavano le lenzuola con la cenere in grossi tini.
Guardava sempre la televisione con aria diffidente e i programmi li commentava al massimo con un “ban mo da bon” o un “soccmel”.
Mia nonna è sempre stata socialista e fino ai cent'anni è voluta andare a votare, peccato che ogni anno in Italia si cambino nomi e simboli dei partiti, per un po' deve aver comunque trovato il garofano poi chissà che ha votato; si narra che una volta sia stata venti minuti in una cabina elettorale facendo credere a tutti di essere morta sulla scheda ma in realtà stava scrivendo a mano “partito socialista”.
Capiva l'italiano ma parlava rigorosamente dialetto e soprattutto rispondeva spesso con “aforismi” o “proverbi” di grande saggezza:
“Sai mamma che si è sposata la figlia della Gina?”
“A n'é un badilaz c'an eva al so mandgaz” (“ogni badile ha il suo manico”)
“Lavinia sai che la Maria è rimasta vedova?”
“Tòt i marì ién bòn, i arpezzan la laur piel con la tò” (Tutti i mariti sono buoni, rappezzano la loro pelle con la tua)
E quando mio nonno tuonava “Ines in tavola manca il sale” lei a bassa voce diceva:
“Pigrizia vut dal brod?” “Sì” “Vat la tour” “A in voi piò”
(Pigrizia vuoi del brodo? Sì. Vattelo a prendere. Non lo voglio più)
Una rivoluzione degli anni '80 che non le è mai andata giù però è stato l'avvento della dieta mediterranea e in particolare dell'uso dell'olio al posto del burro, questo sì che chiaramente l'indignava; “sai che l'Amedea condisce la pasta con l'olio?” diceva di sua nuora con tono schifato, chissà come commenterebbe oggi la dieta vegana.
A questo proposito, per i suoi 80 anni si era fatta regalare una batteria di tegami, di quelli belli antiaderenti con le linee aerodinamiche; qualcuno osò commentare che era un po' uno spreco e che non li avrebbe usati molto e lei si divertì poi a leggerne i necrologi sul Carlino, come si è sempre divertita ad affermare di aver seppellito non so quanti dei suoi medici di base.
Già ultranovantenne cadde da una sedia e si ruppe un braccio, mia mamma la portò al Pronto Soccorso del Maggiore, appena rinnovato: mentre mia nonna si guardava intorno nell'attesa dicendo “mo che bel sit”, il fiore all'occhiello della sanità emiliana andava in tilt perché l'avveniristico sistema computerizzato non concepiva 1897 come anno di nascita.
Alla fine degli anni '90, una delle ultime volte che mia mamma l'accompagnò in Certosa, dove in fondo mancava solo lei, uscendo la guardò e le disse: “E anc stavolta a san vgnù fòra”.

(Scuola elementare di letteratura russa - 2° compito)

venerdì 20 febbraio 2015

Descrivi la letteratura russa in cinque righe:

"Per me, con tutti quei nomi, cognomi, patronimici, diminutivi, nomignoli e vezzeggiativi, la letteratura russa è non capire mai come si chiamano i protagonisti dei romanzi."

(Scuola elementare di letteratura russa - Bologna 19 febbraio 2015 - 1° compito)