venerdì 22 maggio 2015

Su come è fatto il Don Chisciotte

Mi hai dato due incarichi:
1) Non telefonarti. 2) Non vederti.
E adesso sono un uomo occupato.
C'è ancora il terzo incarico: non pensarti. Ma questo non me l'hai affidato tu.
Tu stessa a volte mi chiedi: "Mi ami?"
Allora so che è il momento della verifica dei posti di guardia. Rispondo con la diligenza di un soldato delle truppe del genio, che mal conosce il regolamento della guarnigione.
"Posto di guardia numero tre, non sono sicuro del numero; luogo: al telefono e nelle vie dal Gedächtniskirche ai ponti sulla Yorckstrasse, non oltre. Mansioni: amare, non incontrare, non scrivere lettere. E ricordare come è fatto il Don Chisciotte."

(Lettera nona)

domenica 17 maggio 2015

Questione di segni





(...) E la felicità...Che dire? I desideri, in fondo, sono un tormento, no? Ed è chiaro che si è felici quando non ci sono più desideri, nemmeno uno...
Che errore, che insensato pregiudizio, da parte nostra, aver messo fino a oggi davanti alla felicità il segno più! Davanti alla felicità assoluta, naturalmente, va messo un segno meno, il divino segno meno.

(Noi- Evgenij Zamjatin)

Patriottismo





Anch'io mi sento bene. Non so se questo mio stato d'animo sia dovuto al fatto che sono tornato, ma forse sto bene semplicemente perché sono vivo e perché non ho un futuro. Forse tutto quello che mi circonda appartiene al passato. Mi risuona in testa una frase: "Il passato non è mai morto". Anzi, non è nemmeno passato", ma non riesco a ricordare chi l'ha scritta. Forse Faulkner? Di colpo mi sembra di aver compreso il significato di quello che dice Kafka e proposito del presente, definito una "crepa nel tempo". Ti svegli e capisci di esserti trasformato in uno scarafaggio che chiunque può calpestare.

 (Serbia Hardcore-Dušan Veličković)
 

giovedì 16 aprile 2015

Boyhood

Idea geniale quella di seguire un personaggio che nel film cresce veramente, e non da solo ovviamente: i genitori invecchiano, arrivano le rughe, i chili di troppo.
Però, a parte le trovate cinematografiche/registiche, in fondo il protagonista non è niente di più che un ragazzotto americano, nemmeno troppo disadattato.
Io al film avrei dato un altro titolo: “Womanhood”, perché è lei, la donna, la madre, la moglie, la vera protagonista.
Nel film vedi Patricia Arquette giovane con i figli che fa fatica ad avere una vita privata, si fa il culo, torna a studiare, diventa un'insegnante.
Ogni tanto ricompare quel figo dell'ex, un gran cazzone ma nel film è l'unico che si “redime” e non solo cresce nel senso di invecchiare ma trova una sua dimensione anche se non capiamo mai che faccia di lavoro.
Poi lei sposa un professore, ricrea un nucleo familiare con anche i figli di lui per poi mollarli al loro destino quando il marito si rivela un alcolizzato violento.
Allora ricomincia, le cose sembrano funzionare, si trova un altro uomo, uno solido che l'aiuta a fare la manutenzione della casa ma poi si scopre essere un po' troppo quadrato e di nuovo rimpiangiamo tutti quel cazzone di Ethan Hawke che nel frattempo ha una nuova e giovane moglie, un figlio piccolo, una suocera bigotta e un suocero appassionato di armi come il classico stereotipo texano. Ma lì tutti sono felici e lui, Ethan, non cambia di una virgola inserendosi perfettamente.
Il film continua e il nostro boy arriva alle prime fidanzate, alle feste del liceo. E così anche il nostro Mason Jr, che nel frattempo è diventato un figo come il padre, anche se un po' più cupo, è pronto ad andare all'università, che nell'immaginario americano sembra essere il paese di bengodi dove tutto sarà possibile perché è lì che inizia il vero futuro.
Allora Patricia, che nel film viene quasi sempre e solo chiamata mamma o tesoro, ma quasi mai col nome proprio, dicevo Patricia vende la casetta che tanto il nido si è svuotato, caccia via tutto e si trasferisce in un appartamentino.
Ed è lì che, quarantenne, si ferma a pensare al culo che si è fatta, ai figli, agli uomini (anche lei sotto sotto rimpiange il cazzone) e si chiede se quel passato era il vero futuro, dicendo la frase chiave di tutto il film, e forse anche delle nostre di vite: “I thought there would be more”.

domenica 29 marzo 2015

E' un puro caso.





"E perché mi tenete qua dentro?"
"Perché siete malato"
"Sì, malato. Però decine, centinaia di matti girano liberi perché la vostra ignoranza non è in grado di distinguerli dai sani. E allora perché io e questi sventurati qui dobbiamo starcene qua dentro per tutti, come capri espiatori? Voi, l'infermiere, il sorvegliante e tutti voi canaglie d'ospedale sul piano morale siete di gran lunga inferiori a ognuno di noi, e allora perché noi stiamo dentro e voi no? Dov'è la logica?"
"Il piano morale e la logica non c'entrano. Dipende tutto dal caso. Chi è stato ricoverato sta dentro, chi non è sttao ricoverato se ne va in giro, ecco tutto. Se io sono medico e voi malato di mente non dipende né dalla morale, né dalla logica, ma è un puro caso."

La corsia n. 6 - Anton Čechov

domenica 22 marzo 2015

Diligentemente

Mentire è una pratica universale - lo facciamo tutti. Pertanto, la cosa saggia da fare è addestrarci diligentemente a mentire in maniera seria, giudiziosa; a mentire per una buona causa e non per una causa sbagliata; a mentire a vantaggio del prossimo e non nostro; a mentire in maniera salutare, caritatevole, compassionevole e non crudele o nociva; a mentire in maniera elegante e leggiadra e non goffa e scomposta; a mentire con fermezza, onestà, decisione, a testa alta, senza incertezze e non in maniera tortuosa, con pusillanimità, come ci si vergognasse di quella nobile occupazione.
Solo allora ci libereremo della verità volgare e pestilenziale che ammorba la terra; solo allora saremo cittadini nobili e di valore e meravigliosi e meritevoli di un mondo in cui persino la benigna Natura mente per abitudine, a eccezione di quando promette un clima esecrabile.

("Sul decadimento dell'arte di mentire"- Mark Twain)

venerdì 20 marzo 2015

Una giornata

Ho un caldo porco e la pipì ma di notte col cavolo che vado alle latrine, esco dal sacco a pelo, mi vesto, esco dalla tenda, scuoto le scarpe, esco dal Tukul, l'aria è ancora fresca ma durerà poco, riempio la moka di acqua filtrata, centellino il caffé portato dall'Italia come fossi uno spacciatore, butto benzina sulle braci, accendo qualcosa di plastica perché prenda meglio, soffio e aspetto, intanto tolgo un paio di formiche dallo zucchero e mi chiedo perché questa notte non mi hanno chiamato: era tutto a posto o semplicemente dormivano invece di lavorare?
Nella tenda si scoppia, hanno tutti la febbre ma è il termometro che non va giù, sento un aereo, per fortuna nessuno scappa perché io nel buco non mi ci butto che poi sai la figura di merda se non riesco a uscirne? Sulla pelle ho un sottile strato di polvere rossa, l'acqua è calda, è stata al sole tutto il giorno, mentre me la verso addosso con una tazza di plastica guardo il cielo, c'è luna piena, sento il mio collega che urla in ceco al satellitare, è il compleanno della figlia, oggi all'asilo ha mangiato le carote per la prima volta.
Le guardie parlano sotto la mia finestra anche se ho detto mille volte che potrebbero farlo più piano ma meglio non discutere con uomini armati, l'acqua della doccia è salata, nell'unica stanza comune senza finestre la tv è accesa sul Al Jazeera, la colazione è sul tavolo, apro la pentola e mi metto un po' di fegato da parte per pranzo, prendo un'ingera e ci spalmo sopra un cucchiaino di nutella poi mi verso del te dal thermos. Mi dicono di prepararmi ma io aspetto sempre l'ultimo minuto, non sono loro che devono poi stare al sole con i calzini, le scarpe chiuse, i pantaloni, la maglia a maniche lunghe, il vestito lungo sopra, la casacca di identificazione, la fascia e il foulard. Esco in cortile, tutti mi salutano allegri, bella forza penso io, siete in maglietta. Ogni giorno un tragitto diverso ma dal macello si passa per forza, l'autista ha gli occhi rossi per il kat, tira su il finestrino e spruzza un deodorante ai fiori, arrivo che sto per vomitare. Scopro che cerotto in somalo si dice cerotto, mi viene il dubbio che capiscano anche le parolacce che borbotto in continuazione. Sono fradicia di sudore e come sempre piuttosto incazzata, metto la musica a palla, ho i capelli che sembran paglia ma me ne frego e li lavo con l'acqua minerale, stasera ci guarderemo per la terza volta in due mesi Brian di Nazareth.
Aspetto che inizi il giornale radio dell'Emilia Romagna, code a Milano in tangenziale ovest, il caffé finisce tutto sulla stufa perché sono di là a cazzeggiare su facebook, apro la finestra per sentire la temperatura con le mani, mi trucco, scelgo una collana che si intoni alla maglia, la tiro per le lunghe, torno su perché mi son scordata il sacchetto dell' organico che ormai fa i vermi, fumo una sigaretta in strada mentre aspetto il verde, vado in bicicletta e mi lamento del cantierone che ha deviato tutti gli autobus sul mio tragitto, al lavoro cerco di sorridere e penso che quello che importa davvero è la qualità di vita, sopratutto la mia. A pilates sono tutte del '93 e non conoscono i Depeche Mode, per fortuna stasera ho il corso di russo.

(Scuola di letteratura russa - 4° compito)