A quest'atmosfera di sogno e d'inquietudine che lo faceva muovere attraverso le giornate come un sonnambulo, Erdosain aveva dato un nome: "la zona dell'angoscia". Erdosain immaginava l'esistenza di questa zona sopra il livello della città, a due metri di altezza; graficamente la vedeva nella forma di quelle regioni di saline e deserti che nelle carte geografiche sono indicate con degli ovali di puntini, a milioni come le uova di un'aringa.
Questa "zona d'angoscia" era la conseguenza della sofferenza umana. E, come una nube di gas velenoso, si spostava pesantemente da un punto all'altro, penetrando nei muri e attraversando le case senza perdere la sua forma piana e orizzontale; angoscia bidimensionale che, ghigliottinando le gole, vi lasciava un lontano sapore di singhiozzo.
Questa era la spiegazione che Erdosain dava a se stesso, quando sentiva la prima nausea del dolore.
Cosa sto facendo della mia vita?, si dcieva in quei momenti, e forse con questa domanda sperava di chiarirsi le origini dell'ansia che gli faceva desiderare un'esistenza nella quale il domani non fosse la continuaizone dell'oggi con la stessa misura del tempo ma qualcosa di diverso e di sempre inatteso; come nei film americani nel quali il mendicante di ieri è il capo della società segreta di oggi e la dattilohrafa avventuriera è una milionaria in incognito. (...)
giovedì 4 giugno 2015
martedì 26 maggio 2015
La finestra
A volte l'esistenza
diventa una finestra
e le cose appaiono di là
come nei sogni:
un panno che ciondola nel vento,
un fiore, una ragazza
e quella luce chiara del mondo
dove tu non sei.
diventa una finestra
e le cose appaiono di là
come nei sogni:
un panno che ciondola nel vento,
un fiore, una ragazza
e quella luce chiara del mondo
dove tu non sei.
venerdì 22 maggio 2015
Su come è fatto il Don Chisciotte
Mi hai dato due incarichi:
1) Non telefonarti. 2) Non vederti.
E adesso sono un uomo occupato.
C'è ancora il terzo incarico: non pensarti. Ma questo non me l'hai affidato tu.
Tu stessa a volte mi chiedi: "Mi ami?"
Allora so che è il momento della verifica dei posti di guardia. Rispondo con la diligenza di un soldato delle truppe del genio, che mal conosce il regolamento della guarnigione.
"Posto di guardia numero tre, non sono sicuro del numero; luogo: al telefono e nelle vie dal Gedächtniskirche ai ponti sulla Yorckstrasse, non oltre. Mansioni: amare, non incontrare, non scrivere lettere. E ricordare come è fatto il Don Chisciotte."
(Lettera nona)
domenica 17 maggio 2015
Questione di segni
(...) E la felicità...Che dire? I desideri, in fondo, sono un tormento, no? Ed è chiaro che si è felici quando non ci sono più desideri, nemmeno uno...
Che errore, che insensato pregiudizio, da parte nostra, aver messo fino a oggi davanti alla felicità il segno più! Davanti alla felicità assoluta, naturalmente, va messo un segno meno, il divino segno meno.
(Noi- Evgenij Zamjatin)
Patriottismo
Anch'io mi sento bene. Non so se questo mio stato d'animo sia dovuto al fatto che sono tornato, ma forse sto bene semplicemente perché sono vivo e perché non ho un futuro. Forse tutto quello che mi circonda appartiene al passato. Mi risuona in testa una frase: "Il passato non è mai morto". Anzi, non è nemmeno passato", ma non riesco a ricordare chi l'ha scritta. Forse Faulkner? Di colpo mi sembra di aver compreso il significato di quello che dice Kafka e proposito del presente, definito una "crepa nel tempo". Ti svegli e capisci di esserti trasformato in uno scarafaggio che chiunque può calpestare.
(Serbia Hardcore-Dušan Veličković)
giovedì 16 aprile 2015
Boyhood
Idea geniale quella di seguire un
personaggio che nel film cresce veramente, e non da solo ovviamente:
i genitori invecchiano, arrivano le rughe, i chili di troppo.
Però, a parte le trovate
cinematografiche/registiche, in fondo il protagonista non è niente
di più che un ragazzotto americano, nemmeno troppo disadattato.
Io al film avrei dato un altro titolo:
“Womanhood”, perché è lei, la donna, la madre, la moglie, la
vera protagonista.
Nel film vedi Patricia Arquette giovane
con i figli che fa fatica ad avere una vita privata, si fa il culo,
torna a studiare, diventa un'insegnante.
Ogni tanto ricompare quel figo dell'ex,
un gran cazzone ma nel film è l'unico che si “redime” e non solo
cresce nel senso di invecchiare ma trova una sua dimensione anche se
non capiamo mai che faccia di lavoro.
Poi lei sposa un professore, ricrea un
nucleo familiare con anche i figli di lui per poi mollarli al loro
destino quando il marito si rivela un alcolizzato violento.
Allora ricomincia, le cose sembrano
funzionare, si trova un altro uomo, uno solido che l'aiuta a fare la
manutenzione della casa ma poi si scopre essere un po' troppo
quadrato e di nuovo rimpiangiamo tutti quel cazzone di Ethan Hawke
che nel frattempo ha una nuova e giovane moglie, un figlio piccolo,
una suocera bigotta e un suocero appassionato di armi come il
classico stereotipo texano. Ma lì tutti sono felici e lui, Ethan,
non cambia di una virgola inserendosi perfettamente.
Il film continua e il nostro boy arriva
alle prime fidanzate, alle feste del liceo. E così anche il nostro
Mason Jr, che nel frattempo è diventato un figo come il padre, anche
se un po' più cupo, è pronto ad andare all'università, che
nell'immaginario americano sembra essere il paese di bengodi dove
tutto sarà possibile perché è lì che inizia il vero futuro.
Allora Patricia, che nel film viene
quasi sempre e solo chiamata mamma o tesoro, ma quasi mai col nome
proprio, dicevo Patricia vende la casetta che tanto il nido si è
svuotato, caccia via tutto e si trasferisce in un appartamentino.
Ed è lì che, quarantenne, si ferma a
pensare al culo che si è fatta, ai figli, agli uomini (anche lei
sotto sotto rimpiange il cazzone) e si chiede se quel passato era il
vero futuro, dicendo la frase chiave di tutto il film, e forse anche
delle nostre di vite: “I thought there would be more”.
domenica 29 marzo 2015
E' un puro caso.
"E perché mi tenete qua dentro?"
"Perché siete malato"
"Sì, malato. Però decine, centinaia di matti girano liberi perché la vostra ignoranza non è in grado di distinguerli dai sani. E allora perché io e questi sventurati qui dobbiamo starcene qua dentro per tutti, come capri espiatori? Voi, l'infermiere, il sorvegliante e tutti voi canaglie d'ospedale sul piano morale siete di gran lunga inferiori a ognuno di noi, e allora perché noi stiamo dentro e voi no? Dov'è la logica?"
"Il piano morale e la logica non c'entrano. Dipende tutto dal caso. Chi è stato ricoverato sta dentro, chi non è sttao ricoverato se ne va in giro, ecco tutto. Se io sono medico e voi malato di mente non dipende né dalla morale, né dalla logica, ma è un puro caso."
La corsia n. 6 - Anton Čechov






